da antonino lusi » mercoledì 24 settembre 2008, 19:13
Essendo interessato a comprendere meglio il valore del ducato nel regno di Napoli durante la prima metà del ‘700, gradirei ricevere maggiori certezze dagli esperti in materia. Io, che esperto non sono, sarei orientato in prima approssimazione a ritenere plausibile, sia pure per difetto, il rapporto 1 ducato = 1.000 euro. L’obiezione secondo la quale con un milione di euro si acquisterebbe un castello – e, dunque, l’asserito titolo di nobiltà nel XVIII secolo – prova, al tempo stesso, troppo e troppo poco: a Roma, infatti, con un milione di euro si acquista, in zona medio centrale, solo un appartamento di circa 120 mq.; in zona centrale poco più della metà.
Mi sembrerebbe utile, peraltro, acquisire per quanto possibile altri parametri, più credibili in quanto fondati sull’effettivo potere d’acquisto del ducato in relazione al reale costo della vita. In tale ottica riterrei preferibile uscire dal criterio della valutazione di uno o più beni di consumo o d’investimento, atteso che la variazione dei relativi prezzi può essere determinata da fattori molteplici e complessi, non facilmente riconducibili a criteri omogenei. Così come sembrerebbe preferibile passare da situazioni valutabili “una tantum” - quali una pensione privilegiata, il grano, un trattamento di favore, una situazione particolare ma non generalizzabile - a elementi maggiormente idonei a configurare un più solido e articolato quadro di riferimento. Coerentemente, sarebbe meno persuasivo citare dati occasionali e contingenti di competenza dei ceti più abbienti, ad esempio, perché si tratta pur sempre di esigue minoranze, le cui rendite, per i noti effetti moltiplicativi, risultano scarsamente attendibili in ordine al costo della vita della generalità dei cittadini.
Un criterio, tra gli altri, che mi sembrerebbe da non trascurare, dunque, dovrebbe essere riferito proprio alle materiali condizioni di vita dei ceti rurali, i più numerosi e i meno abbienti, dei quali tuttavia si conoscono elementi certi, recati dagli archivi catastali. In tal senso sarebbe utile l'individuazione dell’effettivo potere d’acquisto riferito alla “grama e intermittente mercede giornaliera d’un carlino, con cui il bracciante dovea sostentarsi e sodisfare i pesi fiscali, l’imposta del sale, i tributi straordinari, i diritti d’esazione” (cfr. M. Schipa, Il regno di Napoli al tempo di Carlo Borbone, 1923, p. 201). Se si esaminano i catasti onciari prodotti intorno alla metà del ‘700 in qualche Universitas dell'Appennino non sarà difficile individuare situazioni fiscali di soggetti pressoché nullatenenti - quali, a tutti gli effetti, risultavano i “bracciali” meno abbienti – la cui imposta non era inferiore a una gamma di valori compresa tra 1,12 e 2,05 ducati (cfr., ad esempio, Archivio dello Stato di Napoli, vol. 2999, pp. 396-495). Si tenga conto, in proposito, che spesso i bracciali pagavano non soltanto un affitto per l'abitazione di residenza ma anche interessi non irrrilevanti per "cenzi enfiteotici" concessi dai detentori di capitali, essenziali per la produzione del loro modesto reddito nel duro lavoro dei campi. A ciò si aggiunga “la vanità inumana delle esecuzioni de’ percettori” (cfr. M. Schipa, ibidem) i quali rendevano il carico fiscale molto più oppressivo e privo di regole certe in quanto, come noto, gli esattori locali abusavano abitualmente nei confronti dei commerci e dei meno abbienti: essi, infatti, erano tenuti a versare quanto dovuto al Tesoro dello Stato ma, per un inveterato costume, potevano prelevare in pratica senza vincoli e senza il rispetto di alcuna regola che non fosse determinata dalla passiva accettazione dei rapporti di forza.
Tutto ciò considerato, ove si ipotizzasse una retribuzione effettiva di un carlino per circa 250-300 giorni lavorativi annui - ad abundantiam, perché si tratta pur sempre di territori montani, con inverni lunghi e risorse modeste - si avrebbe un corrispondente reddito lordo di importo non superiore a 4-5 ducati l’anno. Accogliendo l’ipotesi del rapporto ducato-euro nella misura di 1d = 1.000 € si registrerebbe una retribuzione annua, al netto delle imposte minime, mediamente non superiore ai 3.000 euro che potrebbero corrispondere a 8-11 euro al giorno. E’ di tutta evidenza che a tali livelli oggi giudicheremmo non soltanto bassissimo un reddito familiare ma lo riterremmo del tutto inidoneo alla soglia di sopravvivenza, anche se ipotizzassimo le integrazioni parziali proprie di una economia del baratto, alquanto diffusa nelle società rurali.
Il rapporto 1:1.000, in conclusione, pur risultando realistico lo sarebbe comunque per difetto e non per eccesso. Al riguardo, infine, potrebbe essere utile e opportuno integrare ulteriormente il quadro d'insieme procedendo anche alla comparazione del potere d’acquisto della moneta in epoche precedenti lo Stato unitario e, per successive approssimazioni - utilizzando le serie storiche delle statistiche prodotte da soggetti specializzati - si dovrebbe pervenire a risultati attestanti un rapporto ducato-euro non inferiore a quello qui ipotizzato.