Ardashir ha scritto:Gentilissimo Signor da Ocre,
abbiamo già avuto modo di osservare, ahimè, come sotto il regno di Elisabetta II il conferire cavalierati e titoli nobiliari a personaggi quantomeno discutibili sia diventata una prassi consolidata.
L'esempio che Lei ci presenta, poi, è davvero increscioso dato che il cantante in questione durante tutta la sua vita ha fornito pessimi esempi al suo pubblico conducendo una vita immorale e fuori da qualsiasi logica di stabilità, divulgando messaggi sconvenienti ed improntati ad un ribellismo facile quanto squallido e scontato.
Il suo stesso rifiuto di diffondere le immagini relative alla sua sottomissione cerimoniale, poi, conferma quanto in personaggi simili sia decaduta ogni sensibilità del "carisma" della nobilitazione e di qualsiasi altro rito della vita pubblica o religiosa(non per nulla, una volta, diversi riti in senso più o meno lato legati alla nobilitazione, come il cavalierato ad esempio, erano integrati nella liturgia).
Eppure, non si può negare alla nobilitazione per meriti di servizio una sua indubbia utilità e dignità, qualora essa sia utilizzata e gestita dal Sovrano nella maniera corretta.
Quando i tempi non erano ancora schiavi orgogliosi della propria transitorietà ma osavano ancora appellarsi a valori eterni, nell'Impero d'Austria era normale per un ufficiale civile o militare che arrivasse a buoni livelli professionali e dimostrasse una morale ed una Fede ferrea in Dio e nell'Imperatore ottenere, ad età avanzata, il titolo di freiherr(barone) ad personam o il semplice predicato von.
Tuttavia, una siffatta nobilitazione era legata all'aver tenuto durante tutta la propria vita una condotta al di sopra di qualsiasi sospetto o remora: l'Impero non poteva permettersi di creare nobili che avessero la reputazione macchiata anche solo da un episodio poco chiaro, poichè essi dovevano, al contrario, servire da venerabile esempio ai giovani che si inserivano nella vita pubblica e nella macchina statale di cosa volesse dire collaborare alla vita della comunità costruttivamente e con generale profitto.
Dunque, era lo stesso Sovrano che preservava i criteri costitutivi dell'eventuale nobiltazione, che diveniva così utile strumento per la sacralizzazione della cosa pubblica dato che le sue radici erano esplicitamente poste su quei principi di trascendenza a cui la stessa figura imperiale si appoggiava velatamente. Su che basi avveniva questo processo? Su quelle della Tradizione secolare della nobiltà cristiana che prevedeva come principio basilare quello gerarchico che si concretizzava nel legame diretto e personale fra il sovrano e il servo delegato ad una funzione, relazione questa efficacissima al preservarsi nel sistema statuale della lealtà e della coerenza complessiva.
Così questo legame, espresso nelle epoche precedenti dal sistema feudale, nell'ottocento manteneva ancora una sua validità nell'ambito della nobilitazione per meriti di servizio che legava il Sovrano in modo diretto coi molti alti funzionari che giorno dopo giorno mandavano avanti la macchina statale.
Invece la regina d'Inghilterra, e con lei i monarchi liberali del passato e quelli costituzionali del presente (pur se a livelli molto diversi), trae piacere nel dichiarare fattualmente la natura immanente della propria autorità e lascia che sia la moda e l'opinione delle masse manovrate dai media a ridefinire ora per ora, secondo per secondo, cosa sia questa nobiltà che, perduta in un lampo aura e sacralità, ha sempre più l'aspetto di un naufrago derelitto.
Ora, la mia provocazione è questa: di fronte a monarchi che si lasciano dire dai tempi cosa sia degno e cosa no, che sfruttano la propria prerogativa di fons honorum per puro tornaconto mediatico e non difendono ma anzi costringono in anguste forme la Tradizione che dovrebbero rappresentare è lecito e giusto inchinarsi?
Sperando mi perdoniate il tono polemico, ma confido non offensivo,
dell'intervento, Vi saluto cordialmente
Gentile Signor Forlanini,
nonostante il mio tentativo di "stemperare" alcune polemiche sorte dal caso "Parietti" ed il mio parere circa il conferimento di titoli espresso per quanto a Mc Cartney, questa volta non posso non sentirmi avvilita.
Concordavo con T.G. Cravarezza per quanto ai personaggi del mondo dello spettacolo e caldeggiavo il limitarsi al conferimento di titoli più idonei ad ogni altro tipo di personaggio meritevole. Ne esistono tanti oltre al Nobel, mi pare che tra titoli accademici honoris causa e premi praticamente "per categoria" vi sia l'imbarazzo della scelta.
Ma per il caso in oggetto, non ho parole.
La famiglia di mia madre è inglese da sempre e devo molti insegnamenti a mia nonna, ora scomparsa, che, anche raggiunta dall'invalidità della malattia, voleva alzarsi nel momento in cui, per televisione (!), vedeva la Regina o sentiva l'inno nazionale (commovente il "God save the Gracious Queen...").
In una nazione che negli ultimi trenta anni ha dovuto gestire grandi cambiamenti che hanno stravolto molte delle tradizioni britanniche, integrare, con gravi pesi per l'economia, nel proprio tessuto sociale i cittadini delle ex colonie, gestire grandi momenti di crisi tra cui l'annosa questione Irlandese e la chiusura delle miniere di carbone, la Famiglia Reale ha sempre avuto un forte valore di "cemento sociale". Senza quest'ultima, penso non si sarebbe potuta superare "senza morti e feriti" una così grande trasformazione.
Insignire i Beatles del titolo di Baronetti poteva essere ancora un segnale di capacità evolutiva della Reale Famiglia, ma, Mick Jagger...
Che tristezza! Mi auguro che la decisione di non rendere pubblico l'evento sia stata incoraggiata dalla Corona e non solo dal cantante, meglio evitare il rischio di possibili spettacoli scandalosi o choccanti che quest'ultimo avrebbe, a sorpresa, potuto ingaggiare.
Non voglio sembrare classista, snob o altro, ma le assicuro che stamane mi sento profondamente rattristata. Cosa rimane della tradizione britannica?
Un saluto cordiale.
Federica Olivari