da aristarco » giovedì 11 ottobre 2012, 11:11
tralasciando i dettagli (anche i più minuti) della vicenda, pare che il balì Taccone marchese di Sitizzano, patrizio di Tropea, membro del Sovrano Consiglio e genealogista del Gran Magistero, abbia ricevuto Antonio de Curtis, insieme al suo avvocato, una scelta già di per sè del tutto infelice.
Molte circostanze concorrevano nel descrivere Antonio de Curtis come persona inadatta al rango equestre e, nel caso specifico, ad essere ammesso nel SMOM:
1) l'assenza di meriti precipui ed indubbi verso il Sovrano Ordine;
2) la sua preclara militanza massonica;
3) l'esercizio di un'attività che rientra tra le arti meccaniche, vili, abiette ed interdette, ossia l'attore di varietà, considerato erede dei buffoni e giullari;
4) l'essere figlio adottivo di un nobile, il che non garantiva affatto il passaggio in capo all'aspirante cavaliere di onore e devozione i titoli posseduti dal padre adottivo;
mi permetto di aggiungere
5) l'aver tentato di intimidire il Sovrano Ordine paventando iniziative legali, quasi a forzare un'ammmissione che non era minimamente desiderata dai vertici della Religione Giovannita nè sarebbe stata accolta con favore dalla stragrande maggioranza del corpo dei suoi potenziali confratelli.
Ho sempre provato grande disprezzo, e questo fatto mi consente di ribadire il mio opinabile punto di vista, verso chi pretende di essere riconosciuto nobile a colpi di carte bollate, sollecitando tribunali e corti repubblicane a pronunciarsi su titoli e prerogative che non sono più materia di legge (tranne sporadiche eccezioni).
Condivido la perplessità di Nicola circa l'interpretazione della consuetudine di ritenere incompatibili col rango equestre e con la nobiltà stessa persone dedite ad arti meccaniche, vili, interdette ed abiette: è una convizione radicata nei secoli (non dimentichiamoci che la Chiesa negava sepoltura religiosa agli attori) e trovo pittosto inefficace la teoria secondo cui l'attore impersonerebbe vari ruoli, in contrasto con l'etica cavalleresca che imporrebbe piena aderenza al proprio essere... bah, mi chiedo quale cavaliere professo (leggo, peraltro, già curatore dell'istruzione di processi di ammissione al Sovrano Ordine) possa avere fornito un'interpretazione di questo genere, probabilmente desumendola da qualche fonte (potrei pensare al Rogadeo, dove peraltro non ho letto nulla di simile, a meno che non difetti di memoria).