misthia ha scritto:Cari amici,
quest'anno è il decimo da quando, morto da tempo l'Autore, l'editrice Centro Bibliografico Calabrese riusciva a sbloccare l'impasse editoriale che impediva il completamento della pubblicazione della "Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria" di Mario Pellicano Castagna, dando alle stampe, finalmente, il secondo dei sei volumi di cui si compone quel monumentale lavoro.
Dopo dieci anni i frutti di quella immane semina saltano agli occhi, in una regione come la Calabria dove, ahimè, ogni passo in avanti in qualsiasi direzione non può che destare un attimo di incredula ammirazione: i comuni producono con orgoglio pubblicazioni sul proprio passato feudale, riscoperto e scandagliato sulle pazienti compulsazioni di quei sei volumi; gli studiosi sono per la prima volta forniti di solide basi documentarie e di un input rigoroso per la ricerca; non sembri retorico: una classe intellettuale si è ricompattata, ricca di uno strumento d'indagine che è insieme monumento dell'identità comune.
La Calabria è stata insomma lenita, ad un certo livello, nella sua ferita più purulenta: l'oblio della sua identità e l'indotto complesso d'inferiorità storica, di particolare solitudine storica, secolare, millenaria, senza spiegazione; Pellicano Castagna ha compiuto in qualche modo la missione propria dello storico: dare un contenuto al passato, "isolare" la riconoscibilità di una comunità, innescare una concentrazione identitaria delle energie utili di essa, che è un contributo decisivo al suo sviluppo morale e materiale.
E che quell'opera fosse una straordinaria catalizzazione di energie, sopite e non, lo dimostra la stessa sua travagliata storia editoriale, dalle origini ai suoi sviluppi successivi: non ci fu praticamente nessuno dei cervelli che si occupavano di cultura storica in Calabria che non vi sia stato in qualche modo mobilitato: da Pasquale Catanoso Genoese a Umberto Ferrari, che con Roberto Fuda ha amorevolmente curato l'edizione del materiale postumo, da Antonio Nesci a Franz Von Lobestein, Raimondo d'Aquino di Caramanico, Antonio Toraldo, e l'elenco potrebbe continuare.
In pratica non c'era coppia di calabresi istruiti di storia, anche nella Diaspora, che incontrandosi non si chiedessero "Che ne è della storia dei feudi?" (è successo a me col compianto Barone Roberto Maria Selvaggi, a Roma, episodio che ricordo quale paradigma dell'affraternamento tra compatrioti, tali in ogni senso).
Mi piacerebbe che ogni critico, in tutte le sedi, prima di esaminare le inevitabili (e contenute) mende di quel vigoroso operato, consideri e riconosca le caratteristiche di quella che fu un'impresa di un pioniere e insieme di un interprete delle istanze migliori di una comunità di ingegni, e non solo.
Misthia
Mi auguro che l'opera dell'illustre studioso venga riproposta emendata dagli errori e dalle imperfezioni ! E che, soprattutto, venga usata con intelligenza dai profani della materia.


