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Alessio Bruno Bedini ha scritto:L'Ordine ha sempre previsto dei percorsi diversi per chi non avesse tutte le carte in regola.
Tradizionalmente esisteva la figura del Cavaliere di Grazia, ossia il fondatore di una commenda di juspatronato.
Questi cavalieri entravano senza necessità di prove.
FP ha scritto:Considerando che la centenaria prescrizione richiedesse 300 anni di more nobilium generico, la prova dell'appartenenza al ceto separato di una città o terra era dunque, come penso, una prova di diritto positivo e non una prova indiretta (cioè semplice dimostrazione di more nobilium)?


Alessio Bruno Bedini ha scritto:FP ha scritto:Considerando che la centenaria prescrizione richiedesse 300 anni di more nobilium generico, la prova dell'appartenenza al ceto separato di una città o terra era dunque, come penso, una prova di diritto positivo e non una prova indiretta (cioè semplice dimostrazione di more nobilium)?
Il discorso è comunque più complesso di quello che appare e molti autori si sono cimentati in queste discussioni già molti secoli fa.
In particolare riduco alle due domande più comuni:
1) una città o terra infeudata può generare famiglie nobili?
La risposta è sì, ma solo in determinate condizioni (sufficiente indipendenza dal feudatario, ci sono diversi casi di nobili provenienti da terre infeudate, come Civitanova Marche).
2) quali caratteristiche deve avere una città per possedere una vera separazione tra ceti?
Riserva delle cariche e a volte dell'intero consiglio civico a un ceto chiuso ed ereditario.
Certamente in passato l'aver ricoperto ruoli destinati unicamente a nobili in grosse città demaniali costituiva una prova importante.
Nel 1630 un cavaliere cosentino portò tra i vari documenti anche un estratto del libro del parlamento di Cosenza del 1447 in cui si evinceva sia una separazione univoca tra ceti sia che il suo antenato, eletto come sindaco dei nobili, apparteneva al ceto nobile.
FP ha scritto:1) una città o terra infeudata può generare famiglie nobili?
La risposta è sì, ma solo in determinate condizioni (sufficiente indipendenza dal feudatario, ci sono diversi casi di nobili provenienti da terre infeudate, come Civitanova Marche).
2) quali caratteristiche deve avere una città per possedere una vera separazione tra ceti?
Riserva delle cariche e a volte dell'intero consiglio civico a un ceto chiuso ed ereditario.
Ho appurato, con la letteratura, che la separazione dei ceti nei luoghi, terre o città, era bastante a instillare nobiltà generosa nella famiglia per il SMOM tra il 1598 e il 1776 (cfr. Spagnoletti) almeno, ma anche poco oltre. La svolta si ebbe nel 1827, quando Leone XII statuì che solo le città potevano avere un ceto nobile, riconosciuto di volta in volta dal romano pontefice. Questo ovviamente per quanto riguarda lo Stato preunitario di mio interesse.


Alessio Bruno Bedini ha scritto:La questione non è univoca: come dicevamo molti studiosi fin dalla prima età moderna si sono cimentati con questi argomenti.
A dire il vero spesso è vero il contrario: chi proveniva da città infeudata non era considerato nobile.
Già, ma ci sono molte clamorose eccezioni, che, se in una prima battuta possono lasciare stupiti, hanno comunque un fondamento. Vi erano infatti feudatari che non avevano alcun controllo o autorità sulla comunità della quale portavano il titolo. Quindi non ovunque il signore o barone controllava gli amministratori locali (a volte addirittura nominandoli tra i maggiorenti, spazzando via ogni possibile autonomia).
Inoltre la "vera separazione tra ceti" come asserivano i commissari della Sacra Religione di Malta doveva esser ben dimostrata.
Per mia esperienza bastava una semplice separazione di ceto, anche un ceto consiliare di civili chiuso, ovvero separato dal popolo ed ereditario. D'altronde la nobiltà civica era vista come un qualcosa che nasceva indipendentemente dal sovrano, in quanto legata all'autonomia comunale medievale. Questa forzatura di considerarla come scaturente dal sovrano e quindi dal governo centrale è posticcia (parliamo dell'Ottocento inoltrato).
Ne parlo con una qualche cognizione di causa poichè ho studiato a lungo i processi ai cavalieri Gerosolimitani.


Alessio Bruno Bedini ha scritto:L'idea che mi sono fatto è che le eccezioni, che pure c'erano numerose, però dipendevano da fattori personali e contingenti.
Come sempre influivano amicizie, parentele, legami matrimoniali e familiari. Dunque non credo sia possibile stilare regole matematiche.. o quantomeno molto difficile su determinate questioni..
Alessio Bruno Bedini ha scritto:FP ha scritto:Considerando che la centenaria prescrizione richiedesse 300 anni di more nobilium generico, la prova dell'appartenenza al ceto separato di una città o terra era dunque, come penso, una prova di diritto positivo e non una prova indiretta (cioè semplice dimostrazione di more nobilium)?
Il discorso è comunque più complesso di quello che appare e molti autori si sono cimentati in queste discussioni già molti secoli fa.
In particolare riduco alle due domande più comuni:
1) una città o terra infeudata può generare famiglie nobili?
2) quali caratteristiche deve avere una città per possedere una vera separazione tra ceti?
Certamente in passato l'aver ricoperto ruoli destinati unicamente a nobili in grosse città demaniali costituiva una prova importante.
Nel 1630 un cavaliere cosentino portò tra i vari documenti anche un estratto del libro del parlamento di Cosenza del 1447 in cui si evinceva sia una separazione univoca tra ceti sia che il suo antenato, eletto come sindaco dei nobili, apparteneva al ceto nobile.
Nessuno ha scritto:Per quanto riguarda la domanda 1, nella mia zona pare proprio che una nobiltà/patriziato nei Comuni rurali sia nato solamente nelle terre infeudate. Alcune famiglie erano appartenenti ad un ceto separato perché legate ai signori feudali, altre, invece, perché legate al Comune come istituzione. Ho studiato per più di dieci anni la situazione di un Comune rurale particolare, che è stato infeudato fino al 1280 circa ed è rimasto libero fino agli inizi del Seicento. Alcune famiglie erano in posizione di spicco perché legate direttamente alla Curia della città dominante in rapporti di investitura ad fictum e, inoltre, legate ai capitanei locali vassalli diretti del vescovo (per intenderci, alcuni di tali affittuari erano tenuti in gran considerazione a tal punto da spedirli come podestà di borghifranchi e, come sapete tutti, quella del podestà era una magistratura espressione dei ceti aristocratici)... tali famiglie, poi, con la caduta dei capitanei, erano entrate senza problemi nell'amministrazione Comunale coprendo e monopolizzando le magistrature. I pochi membri (solamente due) che hanno avuto la fortuna di apparire in documenti ufficiali per vicissitudini loro, sono segnalati come nobili.
Ovviamente, e qui rispondo alla domanda 2, è difficile determinarlo: io penso che, in alcuni casi come il mio, due aristocrazie vivono parallelamente in terre infeudate dal 1000 al 1280, quella di chi era impegnato nel Comune e quella di chi era inserito in qualche modo nel sistema feudale. Con il venir meno dell'infeudazione, le due aristocrazie sono state integrate in un unico patriziato dal 1300 al 1600 impegnato nel coprire le magistrature locali, ormai dimentico delle proprie duplici origini. Vi ripeto: la condizione di nobiltà per alcune famiglie nelle terre rurali nella mia zona esce allo scoperto solamente nei documenti ufficiali, quindi molte famiglie i cui membri non hanno mai avuto la sorte di finire citati in giudizio o avere contenziosi con il governo centrale cittadino non potranno mai in nessun caso essere certificate come nobili... ma di fatto lo erano. Come la metterebbe una Commissione esaminatrice davanti ad un caso come questo, tenendo conto che non esistevano registri ufficiali, elenchi ufficiali, censimenti ufficiali?
FP ha scritto:Nessuno ha scritto:Per quanto riguarda la domanda 1, nella mia zona pare proprio che una nobiltà/patriziato nei Comuni rurali sia nato solamente nelle terre infeudate. Alcune famiglie erano appartenenti ad un ceto separato perché legate ai signori feudali, altre, invece, perché legate al Comune come istituzione. Ho studiato per più di dieci anni la situazione di un Comune rurale particolare, che è stato infeudato fino al 1280 circa ed è rimasto libero fino agli inizi del Seicento. Alcune famiglie erano in posizione di spicco perché legate direttamente alla Curia della città dominante in rapporti di investitura ad fictum e, inoltre, legate ai capitanei locali vassalli diretti del vescovo (per intenderci, alcuni di tali affittuari erano tenuti in gran considerazione a tal punto da spedirli come podestà di borghifranchi e, come sapete tutti, quella del podestà era una magistratura espressione dei ceti aristocratici)... tali famiglie, poi, con la caduta dei capitanei, erano entrate senza problemi nell'amministrazione Comunale coprendo e monopolizzando le magistrature. I pochi membri (solamente due) che hanno avuto la fortuna di apparire in documenti ufficiali per vicissitudini loro, sono segnalati come nobili.
Ovviamente, e qui rispondo alla domanda 2, è difficile determinarlo: io penso che, in alcuni casi come il mio, due aristocrazie vivono parallelamente in terre infeudate dal 1000 al 1280, quella di chi era impegnato nel Comune e quella di chi era inserito in qualche modo nel sistema feudale. Con il venir meno dell'infeudazione, le due aristocrazie sono state integrate in un unico patriziato dal 1300 al 1600 impegnato nel coprire le magistrature locali, ormai dimentico delle proprie duplici origini. Vi ripeto: la condizione di nobiltà per alcune famiglie nelle terre rurali nella mia zona esce allo scoperto solamente nei documenti ufficiali, quindi molte famiglie i cui membri non hanno mai avuto la sorte di finire citati in giudizio o avere contenziosi con il governo centrale cittadino non potranno mai in nessun caso essere certificate come nobili... ma di fatto lo erano. Come la metterebbe una Commissione esaminatrice davanti ad un caso come questo, tenendo conto che non esistevano registri ufficiali, elenchi ufficiali, censimenti ufficiali?
Molto interessante. Se c'era la condizione di separazione dei ceti (quindi ceto dei civili separato dal resto del popolo ed occupante tutti i seggi in consiglio e le cariche di magistratura in via ereditaria) era automaticamente nobiltà generosa. Se poi per "Commissione esaminatrice" intendiamo il SMOM odierno dubito che la nobiltà civica sopra descritta sarebbe riconosciuta, perché oggi i Consultori riconoscono solamente i ceti separati dei luoghi insigniti del titolo di città e storicamente sempre riconosciuti nobili dall'Ordine o dallo Stato preunitario di cui facevano parte. Tutti gli altri casi valgono solo come prova di "vita more nobilium".
Nello Stato della Chiesa nel 1827 la nobiltà civica fu rivoluzionata da Leone XII, che non tenne in considerazione i luoghi non insigniti del titolo di città ma dotati di ceti separati e pose sotto il rigido controllo del governo centrale i ceti nobili delle città che decisero di dotarsene. Questo è del tutto contrario al vero concetto di nobiltà patriziale, che scaturiva dall'autonomia comunale e non dalla fons honorum sovrana. Difatti il SMOM, tra il 1598 e il 1776 emanò capitoli nei quali ammetteva, come prova di nobiltà generosa e quindi come titolo di nobiltà primordiale, l'appartenenza ai ceti separati di qualsiasi comunità, a patto che vi fosse vera separazione dei ceti. Addirittura questo titolo primordiale derivante dalla nobiltà civica era il più eminente e probante, perfino rispetto al possesso di un feudo, perché la nobiltà emanata direttamente dal sovrano era ritenuta meno limpida di quella scaturente dall'autorità civica ovvero di un municipio.
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