Si ringrazia anzitutto il presidente degli Uberti per la recensione del volume
Onore Colore Identità comparsa sul n. 98 di Nobiltà. In questa recensione sono fatte alcune stimolanti considerazioni alle quali l'autore avrebbe piacere di rispondere. Forse ne potrebbe nascere un dibattito di interesse generale.
Questo modo di pensare [NB: dell’autore del libro] tuttavia è profondamente immerso in una cultura che trova il suo fondamento e l’ispirazione al proprio modus operandi in quanto esistito nel passato e già conosciuto a livello divulgativo come l’opera del Guasco di Bisio o del Manno che naturalmente meritano il più grande rispetto per il loro lavoro di ricerca svolto in un’epoca dove non esistevano le nostre “comodità”, ma nell’opera sono inserite anche indicazioni desunte dai libri di Aldo di Ricaldone che non sempre indica le fonti quando scrive di stemmi.
Come è indicato nella prefazione del libro e come è chiaramente specificato nel
Blasonario Subalpino on-line, che del libro è stata la fonte principale, il Blasonario delle famiglie piemontesi e subalpine è nato per caso e con molta incoscienza (l’autore era completamente digiuno di araldica e degli altri temi trattati), ma con iniziali condizioni al contorno molto ben definite. Questa raccolta di stemmi e di altre informazioni non è mai stata il frutto di studi originali, ma è stata (e continua a essere) solo una collazione di informazioni reperite in testi che tutti gli studiosi considerano riferimenti incontestabilmente validi, ancorchè datati. Pur con numerosi errori, mancanze e imprecisioni, le opere di Manno e di Guasco di Bisio rappresentano un “sine qua non” per gli studi araldici e feudali del Piemonte. Ai dati contenuti in questi due testi base si sono man mano aggiunte le notizie raccolte nel tempo in numerosissime altre fonti, alcune più affidabili, altre meno, ma sempre frutto del lavoro di studiosi sufficientemente seri e credibili.
Poiché è citato Aldo di Ricaldone (la cui monumentale opera
Annali del Monferrato è stata utilizzata per poche decine di stemmi), si sottolinea che, tranne rare eccezioni, le indicazioni del di Ricaldone sono state confrontate con altre fonti e in alcuni casi sono state scartate per palese “forzatura”. Nel caso specifico inoltre è stato abbondantemente consultato e utilizzato per confronto l’originale a colori del Blasonario Casalese della Biblioteca Civica di Casale, che gli studiosi (incluso il Presidente degli Uberti, che ne ha curato una stampa monocromatica) considerano attendibile. Sempre per restare in questo ambito, per moltissime famiglie emiliane, lombarde o di altre regioni d’Italia, infeudate di feudi monferrini dai Gonzaga, la versione fornita da di Ricaldone è stata confrontata con quella presente in numerosi armoriali delle regioni di origine e sovente con gli stemmi dell’Archiginnasio di Bologna, fonte preziosissima e origine di alcune scoperte di armi sconosciute.
[Omissis] Tuttavia mi sia consentito di esprimere alcune considerazioni strettamente legate alla mia formazione culturale che separa un riconoscimento pubblico statuale qualunque esso sia, da quelli che si potrebbero definire “riconoscimenti” di carattere privato.
In questo bel libro vedo che sono messi allo stesso livello i riconoscimenti effettuati a suo tempo dallo Stato e quelli provenienti da provvedimenti di carattere araldiconobiliare emanati durante l’esilio dall’ex-re Umberto II, che sebbene di indiscusso altissimo valore sotto l’aspetto morale per famiglie legate alla monarchia sabauda, sono nella realtà privi di qualunque rilevanza giuridica, e potrebbero essere considerati oggi se usati dai beneficiari delle semplici auto-assunzioni di stemmi.
Discorso diverso è da attribuire ai quei “riconoscimenti” del C.N.I. (Corpo della nobiltà italiana), che risultano pleonastici per famiglie che avevano già un diritto d’uso pacifico e almeno pluridecennale, tanto che questa specificazione nel testo riduce il loro diritto storico al limitativo “riconoscimento” di una associazione privata (anche se da considerarsi del più alto livello di serietà e competenza nella materia).
Come è stato sottolineato nel volume e come è ribadito nel Blasonario Subalpino on line (che è nello stesso tempo la fonte e la prosecuzione dell’opera cartacea), ogni informazione relativa al periodo storico post-Restaurazione era stata volutamente esclusa dall’impostazione iniziale. La ragione era ed è molto semplice: la formazione culturale dell’autore e i suoi interessi non gli consentivano di affrontare con cognizione di causa e opinioni proprie, temi come quelli sollevati dal Presidente. Inoltre il suo era ed è un obiettivo solo divulgativo, e cioè quello di raccogliere in un unico contesto e di mettere a disposizione di una vasta platea di “utenti” specializzati e non, materiale araldico-feudale relativo a famiglie del territorio dell’attuale Piemonte.
Quando si è deciso di portare su carta il contenuto disponibile all’epoca nel sito in rete, i curatori (ambedue noti e stimati studiosi della storia piemontese) hanno convenuto sull’opportunità di ampliare l’orizzonte temporale del volume, estendendolo fino ai nostri giorni. Nel volume, questo importante apporto autonomo è distinto in modo evidente dall’originaria base di dati: l’autore, per tutti le ragioni sopra indicate, non ha avuto motivo per non far proprie le scelte dei curatori.
In un’opera così interessante dove sono elencati tanti stemmi auto-assunti nel passato e privi del riconoscimento statuale del regno d’Italia prescritto dalla legislazione vigente in materia, avrebbero dovuto essere anche presi in considerazione e quindi pubblicati - ovviamente per il solo contenuto araldico - gli stemmi di famiglie piemontesi o abitanti in Piemonte che dal secolo scorso hanno ottenuto provvedimenti araldici stranieri emanati da autorità statuali, intendo certificazioni, matricolazioni, registrazioni, concessioni, e che oggi in un Paese come il nostro, dove non esiste più.
Non mi pare che nè il volume recensito, né il Blasonario online, contengano “tanti stemmi auto-assunti nel passato e privi del riconoscimento statuale del regno d’Italia”. Sui quasi 5.300 stemmi presenti alla data nel sito in rete (il volume ne contiene circa 3.200), a parere dell'autore questo rilievo si potrebbe
forse applicare a
qualche arma.
La quasi totalità delle armi rappresentate sono state – direttamente o indirettamente – riconosciute dalla legittima autorità pro-tempore. Moltissimi stemmi derivano dai vari consegnamenti ufficiali di Armi Piemontesi del 1580, 1613-1614 e 1687-1688, fatti agli insinuatori sabaudi e dunque ufficialmente accettati e registrati come legittimi. Per di più molti sono relativi a famiglie estinte e dunque il riconoscimento statuale del regno d’Italia non si sarebbe potuto applicare.
Il suggerimento che si sarebbe dovuto prendere in considerazione anche gli stemmi di famiglie in Piemonte che hanno ottenuto provvedimenti araldici stranieri, non trova l'autore personalmente d’accordo. Egli non conosce e quindi non ha nulla da dire sull’attendibilità di questi provvedimenti (ma poi in quali testi a lui sconosciuti si trovano queste informazioni?) e sulla serietà di queste autorità statuali non italiane. “A pelle” però gli sembrerebbe un’indebita “invasione di campo” sotto molteplici punti di vista, pur ribadendo di non avere la necessaria formazione per sostenere con considerazioni articolate questa sua opinione. Ricordo però che i due curatori del volume non hanno sentito la necessità di questo ampliamento di orizzonte.
Mi auguro che per la prossima edizione possano figurare anche gli stemmi usati dalle famiglie piemontesi su monumenti pubblici minori come ad esempio le tombe nei cimiteri, e da monferrino auspico possa essere inserito anche uno studio approfondito sull’araldica della mia terra (dove per esempio non sono mai esistiti a differenza dei territori sabaudi i consegnamenti degli stemmi), tanto bistrattata, mal studiata e peggio ancora presentata ad opera di amateur privi di formazione accademica (che il più delle volte hanno scritto dei libri volti soli ad “esaltare” le gesta della loro famiglia), una terra millenaria così tanto diversa da quella piemontese.
Al momento la “prossima edizione” è rappresentata dal continuo aggiornamento del Blasonario Subalpino online, nel quale il numero degli stemmi è aumentato di più del 65% rispetto al volume
Onore Colore Identità. Ciò nonostante, il lavoro è ben lontano da essere completo: infatti mancano ancora numerosissimi stemmi presenti nei Consegnamenti, che saranno inseriti man mano.
Per quanto riguarda infine il Monferrato, in parte è già stata espressa la posizione dell'autore. Il capitolo araldico degli
Annali del Monferrato del di Ricaldone, pur con tutte le ben note limitazioni e forzature, è tuttora una fonte preziosa; l'autore non è a conoscenza di altri studi affidabili su questa importante regione del Piemonte. Comunque non si chieda a un’ ”amateur privo di formazione accademica” come lui di farlo!
Grazie a tutti per l’attenzione
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