Fabrizio Druda ha scritto:Egregio Signore Enrico Forlanini
leggere il suo intervento mi ha riscaldato il cuore se un uomo a diciannove anni riesce a condensare in poche righe l'essenza di un aspetto così fondamentale della nostra cultura Mitteleuropea, probabilmente ancora non tutto è perduto.
Nella nuova costituzione europea non viene fatto cenno alcuno alle radici cristiane della Civiltà Europea, come italiano, come europeo una sola considerazione.......Vergogna!
La ringrazio per il suo intervento, la saluto con una frase di un giapponese che sicuramente lei conoscerà Y. Mishima:
Pensa come se tu non dovessi morire mai, vivi come se tu dovessi morire subito.
A rileggerla presto
Cordiali saluti
Fabrizio Druda
Gentilissimo Signor Druda,
La ringrazio molto per le Sue gentili parole, ma Le assicuro che sono io ad esser felice che il mio pensiero possa esser ancora condiviso da qualcuno in tempi in cui troppo spesso il tradizionalismo si trova ostaggio di forze politiche che mirano solo a sfruttarlo nelle dispute contingenti ignorandone il messaggio secolare e la trascendenza divina ad esso legata.
Giustamente Lei cita Mishima, uomo che fin dall'inizio dell'insorgere del suo amore per i valori fondanti della sua Patria ha compreso come al vivere in un mondo fondato pervicacemente su principi contrari ai valori della Tradizione sia talora preferibile il sacrificio ultimo. Il tragico
seppuku di Mishima è un atto che, da parte di un romanziere della sua caratura, non può che esser stato concepito come atto culturale prima ancora che politico oltre che come degna e, tutto sommato, prevedibile conclusione della sua lotta fin dal suo primo tentativo di restaurare l'antico
bushido. Ma un simile atto, ricordiamocene, non ha radici esclusivamente nipponiche, anzi.
Eccheggia, questa sensibilità al sacrificio, anche nell'insegnamento di Sant'Agostino e di numerosi Padri della Chiesa, che legittimano ripetutamente chi cerchi la morte (persino il suicida) qualora sia consapevole di non poter vivere coerentemente ai propri ideali politici e\o di Fede in un mondo basato su valori (o disvalori) ad essi antitetici(esempi di ciò sono Sansone come da
De civitate Dei I,21 e, pur se in modo più controverso, Catone l'uticense).
Oggi, in una civiltà in cui gli psicologi pretendono di sostituire il sacramento della Confessione ed in cui la psicanalisi è nuovo Verbo, un simile argomentare verrebbe giudicato delirante, quasi che i Padri intendessero giustificare ogni disturbato mentale a commettere l'estremo gesto. Ma già questo parificare senso dell'onore e nevrosi è tipico di una società entrata in piena decadenza, questa civiltà occidentale (che non esiste in quanto tale ma che continuiamo a nominare per usare una comoda etichetta) che in nome del relativismo più becero e di un razionalismo posto assiomaticamente come unico criterio valido si propone di estirpare la Tradizione quasi fosse una patologia da rimuovere per dare all'uomo l'apatia tanto bramata perchè confusa con l'irraggiungibile atarassia di epicurea memoria.
Mishima, però, è anche una figura dalle grandi e vitali contraddizioni che meritano di essere analizzate. Spesso fu criticato nell'ambiente letterario per essere molto più occidentale di coloro che biasimava. Vestiva all'europea, infarciva i suoi drammi in stile giapponese (i cosiddetti
kabuki) con tematiche di sensibilità squisitamente occidentali e il suo gusto decadente e romantico (come il suo dramma
"La luna come un arco teso" che, profeticamente, si concludeva con un
seppuku) poco aveva a che spartire con la tradizione che voleva disperatamente difendere.
Ad esser spietati e a voler portare all'estremo l'analisi con criteri tradizionalistici, si potrebbe anche ricordare come il Giappone che egli auspicava fosse quello già corrotto da elementi esterni creato dall'Imperatore Mutsuhito durante l'era Meiji e non quello antico e ormai perduto legato al
bakufu, il dualismo isolazionista fra
shogun e imperatore.
Forse però fu proprio questo suo essere a metà fra due mondi e due culture così difficili da conciliare armonicamente a dargli la forza di comprendere, ultimo del suo popolo, che la tradizione non rappresentava per l'Impero del Giappone una malerba da estirpare ma una radice a cui appigliarsi in tempi difficili come quelli. Egli aveva già ben chiare attraverso le sue letture le contraddizioni e l'autocritica del mondo occidentale liberal-capitalista e poteva discernere lucidamente come quegli stessi problemi presto avrebbero affossato moralmente anche la sua Patria.
Per noi europei moderni, al contrario di Mishima, la sfida alla Tradizione non viene da una cultura
altra che ci abbia più o meno forzatamente imposto i suoi valori, ma dall'
anticultura che noi stessi abbiamo creato smarcandoci progressivamente dalla Tradizione e ribellandoci ad essa attraverso un percorso storico che porta,in fasi diacroniche di progressivo abbruttimento, dalla vetta rappresentata dall'accettazione del principio di trascendenza cristiana come base dell'agire umano fino alla venerazione del più infame degli idoli, l'uomo stesso, la creatura che si pone al centro dell'autovenerazione più scandalosa giustificandosi ed autoassolvendosi in ogni sua azione chiamandola "libertà" come modernità vuole. Fin quando imperverseranno i nuovi barbari che predicano libertà assolute ed imperscrittibili, la Tradizione non avrà dimora nel Vecchio continente e la Costituzione che il gentilissimo Signor Druda citava poc'anzi non è, ancor più dopo il suo fallimento, che un'altra tegola caduta dal traballante tetto della nostra Casa Comune, come la definiva forse troppo ottimisticamente l'ex cancelliere Helmut Kohl.
Scusandomi per la solita imperdonabile lungaggine e per i toni accesi, Vi saluto cordialmente