A proposito di che "Cos'è la nobiltà"

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A proposito di che "Cos'è la nobiltà"

Messaggioda Fabrizio Druda » sabato 22 novembre 2003, 16:14

ESSENZA DELLA NOBILTA'
(di Gustave Thibon )

Se venissi interrogato sulla mia concezione della morale, confesserei volentieri che la differenza tra nobile e basso mi sembra più essenziale della differenza fra bene e male. Ma in che consiste sostanzialmente la nobiltà? In primo luogo nel rifiuto della facilità (piccoli profitti, calcoli meschini, impiego di tutti i mezzi per arrivare e per dominare, ecc.): l'uomo nobile è quello che sceglie i mezzi. In secondo luogo nel disprezzo per un certo tipo di prudenza: l'essere nobile sa rischiare.... Ma tutto ciò non giunge al nocciolo della questione, giacchè si può, come i rompicollo di ogni specie, amare la difficoltà e il rischio senza avere un'anima nobile.
La parola nobiltà evoca in primo luogo, per me, l'idea di distanza.
Precisiamo. La nobiltà esteriore e apparente consiste nell'essere distanti nei confronti degli altri, la nobiltà interiore e reale consiste nell'essere distanti nei confronti di noi stessi.
L'uomo nobile pone la sua ragion d'essere nella sua esistenza e la sorgente delle sue azioni in una fede, un ideale, un codice d'onore che s'innalzano enormemente al di sopra del suo meschino io. La sua maniera di sentire, di giudicare e di agire è tutta impregnata di questa distanza: così le virtù sono indenni da quella viscosità, da quella aderenza dell'io, che insozzano e abbassano le migliori azioni.
Il principio della sua virtù è infatti fuori di lui, la sua sinistra ignora quel che fa la destra: lo scordarsi i servizi resi costituisce uno dei criteri essenziali della nobiltà. Quella stessa distanza che lo separa dalle proprie parti basse, produce in lui l'oblio di ciò che dona e la memoria di ciò che riceve. E' distaccato senza essere incostante, e fedele senza essere "appiccicoso" (la fedeltà dell'essere appiccicoso interessa soltanto la carne e l'io, è una fedeltà senza distanza). Egli si ama anche, ma da lontano. In ogni cosa, si tratta dall'alto.
Il grado di Nobiltà di un individuo ci appare dunque misurato dallo scarto tra le sue ragioni di vivere e di agire e le esigenze del suo io carnale e vanitoso. Laddove un tale scarto non esiste, la bassezza è assoluta; laddove è infinito, la nobiltà è senza limiti, come nei santi, la cui anima abita in Dio...
Il disprezzo per la morte, essenziale in ogni tipo di nobiltà, segna bene questa distanza. Mentre l'anima vile, legata indissolubilmente ed interamente ai suoi appetiti inferiori, sacrifica tutto alla conservazione della sua vita terrena, l'anima nobile preferisce spontaneamente la morte al disonore. Bisogna amarsi da molto alto, da molto lontano per scegliere così la morte, quando la carne e l'io gridano da tanto vicino! Il sacrificio della vita costituisce d'altronde il martirio, cioè la testimonianza dell'uomo a una realtà che lo supera. Sempre la distanza!
Distacco nei confronti dell'io carnale e vanitoso, abbiamo detto. Vi sono tuttavia delle anime essenzialmente nobili (un Luigi XIV, un Lamartine ad esempio) che sono vittime della carne e della vanità. E' vero, ma esse non impegnarono in ciò che una parte di sé stesse, non aderirono completamente alla loro passione, qualcosa in esse di incorruttibile e di alato resta lontano, quasi assente dalle loro debolezze. In altri termini, le anime nobili possono conoscere delle cadute, ma non commettere delle bassezze: possono cadere, ma non appartengono al basso.
Dato che la nobiltà è definita come fedeltà ad un richiamo che ci, supera, ne segue che esistono tante varietà di nobiltà, quante sono le vere vocazioni. Ricordo di aver letto in "Revolution Uber Deutschland", il discorso tenuto ai loro ufficiali da alcuni soldati che si rifiutarono di partecipare all'attacco suicida che i capi della Marina Germanica progettavano di compiere, nell'ottobre del 1918, contro l'Inghilterra: "Sappiamo che gli ufficiali hanno giurato di morire piuttosto che abbandonare le loro navi all'Inghilterra. Ma l'onore degli ufficiali non è il nostro onore. Il nostro onore è quello di vivere e di lavorare per allevare i nostri figli. (….)
E' chiaro che l'onore di colui che guida l'aratro non ha le stesse esigenze dell'onore di colui che tiene la spada: il primo tende al mantenimento dei valori vitali ( primum vivere), il secondo al mantenimento dei valori spirituali ( potius mori quam foedari). E' chiaro anche che l'onore aristocratico postula l'esistenza di una classe sociale svincolata dalla maggior parte delle servitù materiali.
A colui che guadagna il suo pane con il sudore della fronte e la cui anima è completamente occupata dalla preoccupazione di questo pane sempre incerto e minacciato, non si può chiedere di aprirsi alle sottigliezze di una morale superiore. La coltura dei valori spirituali implica un minimo di ozio e di sicurezza materiali: si disprezza meglio la morte quando si ha la vita assicurata!
Questi due onori si completano reciprocamente, poiché bisogna che l'uomo mangi pane, ma l'uomo non vive di solo pane. Le virtù aristocratiche sono più alte e più pure delle virtù popolari; ma sono anche più fragili epiù minacciate, poiché invece di essere sorrette dal di fuori dall'incessante pressione della necessità, occorre che siano create dal di dentro attraverso lo sforzo della libertà.
La decadenza delle aristocrazie è d'altronde la peggiore di tutte: non esiste tipo più ripugnante di quello dell'uomo che non si guadagna la vita e non disprezza la morte.

Ho riportato per intero un passo tratto da "Ritorno al reale, prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale", credo che non abbia bisogno di commenti da parte mia.
Cordialmente
Fabrizio Druda
Fabrizio Druda
 

Messaggioda T.G.Cravarezza » sabato 22 novembre 2003, 16:40

Egregio Signor Druda,
grazie epr questo Suo interessantisismo intervento e per aver voluto condividere con noi un passo che reputo davvero notevole.
Cordialmente
Tomaso Giuseppe Cravarezza
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Messaggioda Maria Luisa Alasia » venerdì 5 dicembre 2003, 22:55

Gentile Sign.re Druda,
sarei curiosa di sapere il titolo del libro da cui Lei ha tratto questo articolo :idea: , il motto che le riporto dello scritto suo ( potius mori quam foedari). appartiene ai De Quesada. Mia bisnonna era Giovanna Francesca De Quesada coniugata con Francesco Alasia mio bisnonno, figlio di Vincenzo Alasia da Felizzano e di Celestina Aluffi.
A presto Maria Luisa
Alasia Maria Luisa alasia44@yahoo.com 3 Edson Lane Old Brookville,N.Y. 11545 516-759-4392
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Messaggioda Fabrizio Druda » sabato 6 dicembre 2003, 13:22

Gentile Sig.ra Maria Luisa Alasia

Il testo da cui ho tratto il brano è:
Ritorno al reale prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale
di Gustave Thibon

Per quanto riguarda il motto della sua famiglia contenuto nel testo francamente non sono i grado di dirle nulla.

Fabrizio Druda
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Messaggioda Maria Luisa Alasia » sabato 6 dicembre 2003, 16:33

Gentilissimo Sign.re Druda,

La ringrazio della sua risposta a " Volo ". Ammetto d'essere impressa della condotta dei membri di questo Forum, sempre uno piu' gentile dell'altro. :)
Cherchero' di procurarmi questo libro che promette una buona lettura.
Cordialmente grata Maria Luisa
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Messaggioda Federica » mercoledì 10 dicembre 2003, 14:02

:roll:

Gentile Signor Druda,
ho letto più volte il brano che ci ha voluto far condividere. Nel 1263 il doge Andrea Dandolo fu sconfitto dal generale genovese Andrea Doria e da questi legato all'albero della nave ammiraglia per essere portato prigioniero a Genova. Il doge, piuttosto che accettare di subire una simile umiliazione, si uccise pestando ripetutamente la testa all'albero stesso.
Ahimè come sono poco nobile: non solo non disprezzo la morte, ma nutro un profondissimo attaccamento alla vita, che considero un dono per il quale ringrazio ogni giorno, anche e soprattutto nei momenti più difficili.
Questi ultimi sono comunque un altro dono, perchè consentono la dura prova del superarli senza mai far pesare ad alcuno il proprio stato d'animo e offrono la possibilità di percorrere un cammino di profonda evoluzione interiore. Esistere in funzione degli altri, occupare uno spazio nel mondo che sia di beneficio o interesse per qualcuno, perseguire l'ideale del raggiungimento della serenità sublime per poter riflettere una luce positiva che funga da faro ai bisognosi...E' un percorso introflesso, di difficoltosi e continui scavi nel profondo dell'animo. Sono davvero l'antitesi di quanto ho letto.
Beato Lei se riesce a rispecchiarsi e riconoscersi nelle parole in esame.
Cordialmente.
Federica Olivari
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Messaggioda Fabrizio Druda » giovedì 11 dicembre 2003, 0:38

Gentile Signorina Federica Olivari

La ringrazio per aver raccolto la mia provocazione che era contenuta nel brano da me riportato.
Dicendo provocazione non intendo dire che non mi riconosco in quanto espresso nel brano in questione, ma ho semplicemente tentato di riportare un tantino di concretezza su una serie di voli pindarici che notavo sulla discussione " la Nobiltà".
Probabilmente ancora non riesco a rassegnarmi a vivere in un mondo finto dove l'apparenza è di gran lunga più importante della sostanza, al punto che l'autocelebrazione del vorrei , ma non posso, prende il posto del fare - essere.
Di certo mi creda rispetto la morte e il mistero in essa contenuto, e pur temendola, cerco di vivere come se ogni giorno fosse il mio ultimo giorno di vita cercando di non demandare mai a domani quello che potrebbe finire in questo stesso momento.
Certamente quello che lei ricorda sul doge Andrea Dandolo, è francamente fuori moda, oggi circondati come siamo da aspiranti uomini che sempre più somigliano a delle patetiche checche, che usano del filo interdentale al posto di un costume da bagno, e che con visi imporcellanati gareggiano in femminilità con il gentil sesso, comprendo che si sia perduto il buon gusto dell'onore, e un gesto estremo come quello del doge Dandolo rischia di divenire incomprensibile, ma non lo è affatto, come purtroppo non lo sono gli "uomini /donne bomba".
Apparentemente le può sembrare forse un po' tetro come concetto, ma si dona sempre quello che si ha di più caro, quindi onore e gloria a chi sacrifica la propria vita per una causa, per un ideale, per la propria Patria per il proprio onore.
Quanto da lei affermato a mio modesto avviso non è all'antitesi alla sostanza del brano, è semplicemente che questi due onori si completano reciprocamente, poiché bisogna che l'uomo mangi pane, ma l'uomo non vive di solo pane.
Piantare olivi a settant'anni non perché non si è rispettosi della morte, ma perché pur temendola si vuol far pesare di più il piatto della bilancia della propria vita.
La ringrazio di nuovo per il Suo intervento è stato un piacere, cordialmente.
Fabrizio Druda

P.S. Gustave Thibon figlio di contadini, nipote di contadini.
Fabrizio Druda
 

Messaggioda Ardashir » giovedì 11 dicembre 2003, 3:39

Gentilissimo Signor Druda,

devo dire che il Suo intervento mi ha commosso: credo, se posso permettermi, che Lei abbia ben chiaro il concetto di nobiltà e la continua dialettica onore-servizio ad essa connaturata.
E' specialmente apprezzabile il suo anticonformismo nell'analizzare come la società attuale cerchi di rimuovere la morte come momento essenziale e come fattore identitario dell'uomo: si è ciò per cui si è disposti a morire e questa realtà, oggi negata, è la base di qualsiasi civiltà degna di perpetuarsi nella Storia. Certo, come giustamente nota la Signora Olivari oggi il valore della morte appare desueto; non sarà perchè nella società attuale rimane ben poco che sia degno di esser difeso fino all'ultimo sacrificio?
Nella civiltà laica della coesistenza di opinioni antitetiche morire per un'idea è sconveniente prima ancora che inattuale: dei martiri si pensa che dopotutto erano solo folli esibizionisti, dei patrioti che i loro slanci erano puro fanatismo, degli intellettuali che il loro prodigarsi sia dovuto all'incapacità di inserirsi nella catena produttiva o ad una natura oziosa.
La morte nella visione nobile non si disprezza ma si considera come legittima conclusione di un percorso che coerentemente difende valori imprescindibili e non ridefinibili. La morte onorevole non è in spregio alla vita, ma è per amore della vita.

Parlavo di valori imprescindibili e non ridefinibili. Quali? Semplice. L'analisi da Lei proposta può dirsi completa solo analizzando alla radice l'elemento primo da cui si origina la nobiltà come noi europei l'intendiamo: la Fede cristiano-cattolica. Mi scuso se porto la discussione sui binari oggi traballanti della Fede, ma l'analisi laica del concetto di nobiltà mi sembra, senza offesa, una contraddizione in termini. Certamente si può ancorare l'idea di nobiltà a determinati valori laici, salvo vederli irrimediabilmente coincidere, se l'analisi non è fallata da pregiudizi antireligiosi, con quelli classici che la tradizione cattolica associa all'idea di nobiltà.
Solo dall'esempio e dal sacrificio ultimo di Nostro Signore Gesù Cristo si trae il senso della nobiltà cristiana, riassunto al massimo grado dalla somma autorità temporale, l'Imperatore del Sacro Romano Impero: promuovere le virtù cardinali negli uomini e favorirne la comunione con la trascendenza di Dio Uno e Trino, esser pastori temporali dei propri popoli, con come unica Carta Costituzionale l'Evangelo di Dio. Solo dall'esempio di Cristo e dalla Sua regalità discende il senso ed il valore dell'essere nobili. Fuori da Cristo non vi è nobiltà alcuna e la gloria di questo mondo che discende sui legittimi sovrani e sugli uomini onorevoli non è che un riflesso di quella del Regno che attende i fedeli.

Ricordiamo sempre che la nobiltà non è un concetto laico, nè è possibile fondarlo su criteri puramente razionali: Nicolas Gomez D'Avila sosteneva che la continuità della civiltà occidentale si sia interrotta quando i Testi Sacri sono divenuti oggetto di analisi storico\critica ed hanno smesso di essere puro Patrimonio di Fede. Allo stesso modo, la nobiltà tradizionale si è interrotta quando gli stessi nobili hanno deciso di smarcarsi dal divino da cui il loro potere originava e si sono dimenticati che l'umiltà della missione cristiana implica che finanche gli Imperatori del Sacro Impero dal loro scranno levino gli occhi dall'Aquila Bicipite e ricordino ciò che Cristo intima a tutti noi di ripetere "siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che dovevamo fare" (Lc 17,10).

Giustamente il Sig. Degli Uberti sottolineava come un nobile cessi di esser tale qualora accetti di divenire il mero depositario di memorie passate e rifiuti di portare l'esempio in esse contenute agli occhi delle nuove generazioni (da diciannovenne, ritengo vi sia ben bisogno di esaltare e promuovere detti valori e provo a farlo giornalmente coi miei coetanei).
La nobiltà non ha valore in quanto "tradizionale" o "antica" o "legata alla storia di un popolo" : certamente tutti questi sono fattori importanti che forniscono valore aggiunto, ma la radice della questione rimane che la nobiltà ha valore in quanto portatrice di un messaggio cristiano che è eterno ed il cui valore non sminuisce a prescindere dalla contingenza storica, come quello della Parola stessa: "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mc 13,31) dice Nostro Signore concludendo la cosiddetta "parabola del fico". Avendo l'ardire di parafrasare la Parola, anche la vera nobiltà permane nei secoli, persino qualora i suoi titolari non abbiano alcun potere reale, ma solo se essi sono disposti a rimettersi continuamente in gioco attualizzando i valori di cui sono portatori. Penso qui, ad esempio, al mirabile caso di S.A.I.R. il Dottor Otto von Habsburg-Lothringen, uomo dall'incommensurabile levatura che è stato capace di coniugare la missione cristiana ed europea della Sua Casa ai tempi ed alle istituzioni attuali.
Spesso per definire l'importanza e la nobiltà di una Casa ci si appiglia all'antichità della casata stessa o alle prove che essa è in grado di fornire relativamente all' esistenza storica della concessione; quanto spesso si trascura il fattore fondamentale: ha detta casata lavorato nel rispetto della Fede da cui discendono tutte le nobiltà e tutte le grazie?
Forse che i Conti Cathelineau, difensori della tradizione, (nobilitati da Luigi XVIII in onore del capo vandeano Jacques Cathelinau) sono meno nobili dei tanti antichi blasonati che dimenticarono in favore dei tempi la loro missione ancestrale (il famigerato Carlo Maurizio di Talleyrand-Perigord, per citarne solo uno)?

PregandoVi di scusarmi per i soliti toni accesi e per aver portato l'argomento su binari particolari che per alcuni potrebbero essere sgraditi od offensivi, Vi saluto cordialmente
Ardashir
 
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Messaggioda T.G.Cravarezza » giovedì 11 dicembre 2003, 16:26

Gentili Signori,
non posso che concordare con le parole del Signor Forlanini.
Sperando che vengano lette anche da coloro che hanno dimenticato i loro doveri di nobili e di uomini.
Cordialmente
Tomaso Giuseppe Cravarezza
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Messaggioda Federica » giovedì 11 dicembre 2003, 19:12

:)

Gentile Signor Druda,
grazie per il "signorina", sia pure relativamente giovane, sono mamma di un bimbo e trovo carino questo appellativo che la legge e i costumi hanno dichiarato fuori corso, Le assicuro che lo intendo davvero. Il termine è gentile, sottintende un riconoscimento della grazia e purezza femminile, peccato che si debba essere chiamate signore dai venti ai cento anni!
D'altra parte, come Lei puntualizza molto esplicitamente, molti ruoli e usi sono mutati, prevalentemente in direzione inquietante.
Detto questo, continuo a pensare che la morte non possa essere decisa, giustificata, voluta, non compete all'essere umano disporre del dono della vita. Chi siamo per decidere di togliercela? Approvo appieno il richiamo cristiano fatto dal Sig. Forlanini (diciannovenne che non ho il piacere di conoscere personalmente ma che sono sicura sia ben lontano dallo stereotipo che Lei ha ben dipinto di molti uomini moderni) così puntuale da non poter essere ulteriormente ampliato.
Non voglio con ciò escludere che possano esistere moderni martiri che, in quanto tali, vanno, come minimo, ammirati, ma temo molto il fanatismo che dietro qualunque principio o fede troppo spesso si annida.
Cordialmente.
Federica Olivari.
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Messaggioda Fabrizio Druda » giovedì 11 dicembre 2003, 23:13

Egregio Signore Enrico Forlanini
leggere il suo intervento mi ha riscaldato il cuore se un uomo a diciannove anni riesce a condensare in poche righe l'essenza di un aspetto così fondamentale della nostra cultura Mitteleuropea, probabilmente ancora non tutto è perduto.
Nella nuova costituzione europea non viene fatto cenno alcuno alle radici cristiane della Civiltà Europea, come italiano, come europeo una sola considerazione.......Vergogna!
La ringrazio per il suo intervento, la saluto con una frase di un giapponese che sicuramente lei conoscerà Y. Mishima:
Pensa come se tu non dovessi morire mai, vivi come se tu dovessi morire subito.
A rileggerla presto
Cordiali saluti
Fabrizio Druda
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Messaggioda fra' Eusanio da Ocre » giovedì 11 dicembre 2003, 23:59

Egregi colleghi,
i precedenti interventi rendono onore innanzitutto a voi, che li avete redatti, e di riflesso a tutto il forum.

E tutto il forum non può che esservene grato.

Bene, bene :P valete
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Detestabile è la falsa umiltà
Chiedete a Icaro se con i copiaincolla Immagine si arriva in cielo
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Messaggioda omero » lunedì 15 dicembre 2003, 20:54

Fabrizio Druda ha scritto:...
La ringrazio per il suo intervento, la saluto con una frase di un giapponese che sicuramente lei conoscerà Y. Mishima:
Pensa come se tu non dovessi morire mai, vivi come se tu dovessi morire subito.


Egregio Sig. Druda,

ripensando al grande Yukio Mishima mi permetto di ricordare anche un'altra celebre frase dell'onorevole nipponico che trova concorde il mio pensiero:

"Non ho nè vita nè morte: l'Eterno è la mia vita e la mia morte".

Cordiali saluti
Pier Carlo Omero Bormida
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Messaggioda Ardashir » martedì 16 dicembre 2003, 2:34

Fabrizio Druda ha scritto:Egregio Signore Enrico Forlanini
leggere il suo intervento mi ha riscaldato il cuore se un uomo a diciannove anni riesce a condensare in poche righe l'essenza di un aspetto così fondamentale della nostra cultura Mitteleuropea, probabilmente ancora non tutto è perduto.
Nella nuova costituzione europea non viene fatto cenno alcuno alle radici cristiane della Civiltà Europea, come italiano, come europeo una sola considerazione.......Vergogna!
La ringrazio per il suo intervento, la saluto con una frase di un giapponese che sicuramente lei conoscerà Y. Mishima:
Pensa come se tu non dovessi morire mai, vivi come se tu dovessi morire subito.
A rileggerla presto
Cordiali saluti
Fabrizio Druda



Gentilissimo Signor Druda,

La ringrazio molto per le Sue gentili parole, ma Le assicuro che sono io ad esser felice che il mio pensiero possa esser ancora condiviso da qualcuno in tempi in cui troppo spesso il tradizionalismo si trova ostaggio di forze politiche che mirano solo a sfruttarlo nelle dispute contingenti ignorandone il messaggio secolare e la trascendenza divina ad esso legata.

Giustamente Lei cita Mishima, uomo che fin dall'inizio dell'insorgere del suo amore per i valori fondanti della sua Patria ha compreso come al vivere in un mondo fondato pervicacemente su principi contrari ai valori della Tradizione sia talora preferibile il sacrificio ultimo. Il tragico seppuku di Mishima è un atto che, da parte di un romanziere della sua caratura, non può che esser stato concepito come atto culturale prima ancora che politico oltre che come degna e, tutto sommato, prevedibile conclusione della sua lotta fin dal suo primo tentativo di restaurare l'antico bushido. Ma un simile atto, ricordiamocene, non ha radici esclusivamente nipponiche, anzi.
Eccheggia, questa sensibilità al sacrificio, anche nell'insegnamento di Sant'Agostino e di numerosi Padri della Chiesa, che legittimano ripetutamente chi cerchi la morte (persino il suicida) qualora sia consapevole di non poter vivere coerentemente ai propri ideali politici e\o di Fede in un mondo basato su valori (o disvalori) ad essi antitetici(esempi di ciò sono Sansone come da De civitate Dei I,21 e, pur se in modo più controverso, Catone l'uticense).
Oggi, in una civiltà in cui gli psicologi pretendono di sostituire il sacramento della Confessione ed in cui la psicanalisi è nuovo Verbo, un simile argomentare verrebbe giudicato delirante, quasi che i Padri intendessero giustificare ogni disturbato mentale a commettere l'estremo gesto. Ma già questo parificare senso dell'onore e nevrosi è tipico di una società entrata in piena decadenza, questa civiltà occidentale (che non esiste in quanto tale ma che continuiamo a nominare per usare una comoda etichetta) che in nome del relativismo più becero e di un razionalismo posto assiomaticamente come unico criterio valido si propone di estirpare la Tradizione quasi fosse una patologia da rimuovere per dare all'uomo l'apatia tanto bramata perchè confusa con l'irraggiungibile atarassia di epicurea memoria.

Mishima, però, è anche una figura dalle grandi e vitali contraddizioni che meritano di essere analizzate. Spesso fu criticato nell'ambiente letterario per essere molto più occidentale di coloro che biasimava. Vestiva all'europea, infarciva i suoi drammi in stile giapponese (i cosiddetti kabuki) con tematiche di sensibilità squisitamente occidentali e il suo gusto decadente e romantico (come il suo dramma "La luna come un arco teso" che, profeticamente, si concludeva con un seppuku) poco aveva a che spartire con la tradizione che voleva disperatamente difendere.
Ad esser spietati e a voler portare all'estremo l'analisi con criteri tradizionalistici, si potrebbe anche ricordare come il Giappone che egli auspicava fosse quello già corrotto da elementi esterni creato dall'Imperatore Mutsuhito durante l'era Meiji e non quello antico e ormai perduto legato al bakufu, il dualismo isolazionista fra shogun e imperatore.
Forse però fu proprio questo suo essere a metà fra due mondi e due culture così difficili da conciliare armonicamente a dargli la forza di comprendere, ultimo del suo popolo, che la tradizione non rappresentava per l'Impero del Giappone una malerba da estirpare ma una radice a cui appigliarsi in tempi difficili come quelli. Egli aveva già ben chiare attraverso le sue letture le contraddizioni e l'autocritica del mondo occidentale liberal-capitalista e poteva discernere lucidamente come quegli stessi problemi presto avrebbero affossato moralmente anche la sua Patria.

Per noi europei moderni, al contrario di Mishima, la sfida alla Tradizione non viene da una cultura altra che ci abbia più o meno forzatamente imposto i suoi valori, ma dall'anticultura che noi stessi abbiamo creato smarcandoci progressivamente dalla Tradizione e ribellandoci ad essa attraverso un percorso storico che porta,in fasi diacroniche di progressivo abbruttimento, dalla vetta rappresentata dall'accettazione del principio di trascendenza cristiana come base dell'agire umano fino alla venerazione del più infame degli idoli, l'uomo stesso, la creatura che si pone al centro dell'autovenerazione più scandalosa giustificandosi ed autoassolvendosi in ogni sua azione chiamandola "libertà" come modernità vuole. Fin quando imperverseranno i nuovi barbari che predicano libertà assolute ed imperscrittibili, la Tradizione non avrà dimora nel Vecchio continente e la Costituzione che il gentilissimo Signor Druda citava poc'anzi non è, ancor più dopo il suo fallimento, che un'altra tegola caduta dal traballante tetto della nostra Casa Comune, come la definiva forse troppo ottimisticamente l'ex cancelliere Helmut Kohl.

Scusandomi per la solita imperdonabile lungaggine e per i toni accesi, Vi saluto cordialmente
Ardashir
 
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