Piccole Questioni di Etichetta

Per discutere, di tutto un po' sulle nostre materie / Discussions of a general nature on our topics

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Piccole Questioni di Etichetta

Messaggioda Michele Baroncini » martedì 12 ottobre 2004, 17:29

Buon pomeriggio cari Colleghi,

vorrei sottoporVi oggi una questione forse "de lana caprina", ma che ritengo non del tutto priva d´interesse, se non altro perche´ da´ la misura di quanto cio´ che inerisce la disciplina araldica sia sovente misconosciuto o fatto oggetto d´interpretazioni erronee.

Conversavo, alcuni giorni or sono, con un collega di universita´ il quale, passando per caso mente componevo un messaggio per questo forum, incuriosito mi ha rivolto alcune domande sulle "attivita´ tipiche" dell´appassionato di araldica.

La conversazione, durante la quale ho di buon grado soddisfatto il sincero interesse del mio amico, ha interessato poi la questione degli stemmi di famiglie non nobili (mi guardo bene dall´impiegare la locuzione desueta di "stemmi borghesi" per non incorrere nelle bacchettate, storicamente sacrosante, del nostro dott. degli Uberti :wink: ).

Senonche´ dopo avergli mostrato quello di chi scrive, professando la mia disponibilita´ a rendermi utile ove egli avesse voluto avvicinarsi a questa affascinante materia, il mio gentile interlocutore veniva assalito da amletico dilemma circa l´opportunita´ dell´utilizzo dello "stemma plebeo" (lo chiamo cosi´ permettendomi di mutuare una a mio avviso felicissima definizione proposta tempo addietro dal collega Cravarezza... che spero vorra´ perdonarmi il plagio :wink: ) in ogni tipo di corrispondenza personale.

Il collega sosteneva infatti esser manifestazione di garbo buona creanza astenersi dall´uso dello stemma personale o familiare nel caso in cui taluno, non nobile, debba rivolgersi a persona, dicamo cosi´, araldicamente referenziata. :wink:

La tesi or ora esposta veniva motivata argomentando che in tale frangente l´utilizzo dell´arma personale o familiare "plebea" possa configurarsi come un goffo tentativo di colmare un malcelato senso d´inferiorita´e d´insofferenza nei riguardi del nobile interlocutore.

Insomma... un deprecabile tentativo da arrampicatore sociale che farebbe tanto... voglio, ma non posso.

Quasi pleonastico sarebbe sottolineare il mio tentativo di confutare una simile argomentazione. Garbata, ma ingenerosa poiche´ confina l´araldica in un terreno ch´e´ solo uno tra quelli possibili.

Tanto piu´ che appare con evidenza ad ogni coscienzioso conoscitore come l´utilizzo di uno stemma, nel rispetto di ben precise "regole comportamentali" connaturate alla materia araldica e che inibiscono l´utilizzo di determinata simbologia a chi non ne ha titolo, vale gia´ di per se´ a scagionare il titolare da ogni ipotetica "suspicio".

Abbiamo seguitato lungamente e piacevolmente la discussione di fronte ad una tazzina di caffe´ per separarci alla fine amichevolmente rimanendo tuttavia su pareri discordanti. :wink:

M´e´ parso infine doveroso rivolgere anche alla Vs considerazione quanto sopra descritto.

Probabilmente la risposta e´ contenuta nella stessa domanda... spiace tuttavia che (pur essendo spesso salva la buona fede) persistano fraintendimenti di tal genere i quali, a mio modo di vedere, fanno male all´araldica

nell´attesa di conoscere le Vs opinioni vi saluto cordialmente :P

Michele
Michele Baroncini
 

Re: Piccole Questioni di Etichetta

Messaggioda pierfe » martedì 12 ottobre 2004, 19:54

Michele Baroncini ha scritto:Buon pomeriggio cari Colleghi,

vorrei sottoporVi oggi una questione forse "de lana caprina", ma che ritengo non del tutto priva d´interesse, se non altro perche´ da´ la misura di quanto cio´ che inerisce la disciplina araldica sia sovente misconosciuto o fatto oggetto d´interpretazioni erronee.

Conversavo, alcuni giorni or sono, con un collega di universita´ il quale, passando per caso mente componevo un messaggio per questo forum, incuriosito mi ha rivolto alcune domande sulle "attivita´ tipiche" dell´appassionato di araldica.

La conversazione, durante la quale ho di buon grado soddisfatto il sincero interesse del mio amico, ha interessato poi la questione degli stemmi di famiglie non nobili (mi guardo bene dall´impiegare la locuzione desueta di "stemmi borghesi" per non incorrere nelle bacchettate, storicamente sacrosante, del nostro dott. degli Uberti :wink: ).

Senonche´ dopo avergli mostrato quello di chi scrive, professando la mia disponibilita´ a rendermi utile ove egli avesse voluto avvicinarsi a questa affascinante materia, il mio gentile interlocutore veniva assalito da amletico dilemma circa l´opportunita´ dell´utilizzo dello "stemma plebeo" (lo chiamo cosi´ permettendomi di mutuare una a mio avviso felicissima definizione proposta tempo addietro dal collega Cravarezza... che spero vorra´ perdonarmi il plagio :wink: ) in ogni tipo di corrispondenza personale.

Il collega sosteneva infatti esser manifestazione di garbo buona creanza astenersi dall´uso dello stemma personale o familiare nel caso in cui taluno, non nobile, debba rivolgersi a persona, dicamo cosi´, araldicamente referenziata. :wink:

La tesi or ora esposta veniva motivata argomentando che in tale frangente l´utilizzo dell´arma personale o familiare "plebea" possa configurarsi come un goffo tentativo di colmare un malcelato senso d´inferiorita´e d´insofferenza nei riguardi del nobile interlocutore.

Insomma... un deprecabile tentativo da arrampicatore sociale che farebbe tanto... voglio, ma non posso.

Quasi pleonastico sarebbe sottolineare il mio tentativo di confutare una simile argomentazione. Garbata, ma ingenerosa poiche´ confina l´araldica in un terreno ch´e´ solo uno tra quelli possibili.

Tanto piu´ che appare con evidenza ad ogni coscienzioso conoscitore come l´utilizzo di uno stemma, nel rispetto di ben precise "regole comportamentali" connaturate alla materia araldica e che inibiscono l´utilizzo di determinata simbologia a chi non ne ha titolo, vale gia´ di per se´ a scagionare il titolare da ogni ipotetica "suspicio".

Abbiamo seguitato lungamente e piacevolmente la discussione di fronte ad una tazzina di caffe´ per separarci alla fine amichevolmente rimanendo tuttavia su pareri discordanti. :wink:

M´e´ parso infine doveroso rivolgere anche alla Vs considerazione quanto sopra descritto.

Probabilmente la risposta e´ contenuta nella stessa domanda... spiace tuttavia che (pur essendo spesso salva la buona fede) persistano fraintendimenti di tal genere i quali, a mio modo di vedere, fanno male all´araldica

nell´attesa di conoscere le Vs opinioni vi saluto cordialmente :P

Michele


Bellissimo argomento!
Il mio pensiero (privato e irrillevante) è il seguente:
1) potrebbe il direttore generale della FIAT scrivere una lettera alla FORD senza usare il logo FIAT? Il non mettere il logo FIAT sarebbe un modo per non sentirsi inferiori alla FORD? NON CREDO
2) sapete che negli ultimi 250 anni sono avvenuti seri ed importanti rivolgimenti della società? Ad esempio: la rivoluzione americana, la rivoluzione francese, la rivoluzione russa, la caduta del comunismo, l'avvento degli integralisti islamici?
3) la nobiltà sino alla rivoluzione francese e Napoleone era basata su una società diversa (le giurisdizioni feudali ad esempio erano come le nostre azioni che con l'applicazione dei diritti davano degli utili), poi da Napoleone la nobiltà "nuova" è diventata solo una onorificenza ereditaria per premiare il merito personale...
4) le leggi nobiliari del Regno d'Italia e il concetto di nobiltà inteso nel modo classico di interpretazione storico-sociale oggi è completamente inapplicabile alla nostra moderna società
5) definire uno stemma non nobile come "borghese" è impreciso come concetto in Italia; la definizione poi di stemma "plebeo" è un po' troppo dispregiativa considerando anche che tutti i nobili hanno un capostipite plebeo. Inoltre anche i "plebei" hanno fra i loro avi sicuramente dei "capi" e delle persone che si sono distinte... fosse anche solo il "bracciante" che è riuscito a diventare imprenditore e così la sua discendenza a raggiungere una invidiabile posizione sociale che ha portato la famiglia sempre "plebea" a cariche importantissime nello Stato... lo stemma è oggi solo la rappresentazione grafica di un cognome e nulla più...
Quindi che male c'è a mettere su una carta intestata uno stemma che rappresenta un cognome quando scriviamo al Re di Spagna?
Vi garantisco che il Re di Spagna non legge la lettera e il segretario che è obbligato ad annoiarsi tutto il giorno leggendo le lettere di chi scrive dal mondo non si accorge neppure che il signor Pinco Pallino usa lo stemma... ma il signor Pinco Pallino con quello stemma ha creato l'identificazione grafica della sua persona e della sua famiglia, qualcosa che se ben gestito può andare avanti negli anni... e chissà un ignaro pronipote può felicemente sostenere che la sua famiglia da secoli fa uso di stemma... ma attenzione se lo stemma non è certificato da una autorità araldica di Stato... rimane un sogno privato...
In ogni modo io non ho carta intestata o biglietti da visita con lo stemma perchè mi accontento del mio nome e cognome.
Pier Felice degli Uberti
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Messaggioda Michele Baroncini » martedì 12 ottobre 2004, 22:05

Gentile dottore,

non sono riuscito a trovare, nelle Sue argomentazioni, nulla che mi lasci discorde! :P

Condivido pienamente e, da parte mia, non credo vi sia altro da aggiungere alle Sue sagge parole.

Solo una doverosa precisazione terminologica: è forse vero che la locuzione "stemma plebeo " suona con alcunchè di dispregiativo, ma questo non per una questione strettamente etimologica, bensì per una tendenza imputabile al senso comune (che, per dirla col Manzoni, spesso ha la capacità d'intimorire e far scappare il buon senso :wink: ).

Oggi si predica qualcuno come "plebeo" con indiscutibile intento spregiativo od offensivo... non così nell'antica Roma, ove il termine nacque... ma perdendo ben presto ogni connotazione spregiativa mercè le grandi gesta di numerosi "non patrizi" che contribuirono a far eccelsa la res publica. La distinzione venne dunque assumendo nella Roma repubblicana un significato quasi squisitamente culturale per poi tornare ad acuirsi nell'età del principato.

Ma queste sono in fondo questioni lessicali di nessun conto :P e, nell'esprimerLe nuovamente il mio apprezzamento per le Sue argomentazioni, saluto cordialmente Lei e gli altri Colleghi del forum

a presto

Michele
Michele Baroncini
 

Messaggioda T.G.Cravarezza » mercoledì 13 ottobre 2004, 8:45

Gentili Sigonri,
la discussione è interessante.
Mi permetto di unirmi alla difesa già sostenuta dal gentilissimo signor Baroncini riguardo alla definizione di "stemma plebeo". Effettivamente solamente negli ultimi secoli il termine ha maturato una connotazione dispregiativa. Il suo uso originario era assolutamente corretto per indicare le persone non nobili. Definirsi plebeo non lo trovo assolutamente un insulto. E' un modo per indicare gli stemmi non gentilizi, utilizzando un termine che io ritengo più giusto di quello "borghese" che si riferisce ad una classe sociale ben distinta.
Per quanto concerne il tema della discussione, penso che non ci sia molto da aggiungere. Lo stemma araldico è come il cognome di una persona. Più che una mera rappresentazione del cognome, io lo rapporterei ad una vero e proprio alter ego grafico della storia, delle virtù, degli ideali a cui si ispira, dei sogni di una famiglia, plebea o nobile che sia. Come del resto anche il cognome solitamente nacque ad indicare alcune particolarità di una persona, così anche lo stemma, forse ancora più del cognome, indica le particolarità, le aspirazioni, le virtù, i sogni di un'intera famiglia. Pertanto può essere utilizzato da qualunque famiglia, non solo da quella nobile e la storia ci conferma questa possibilità.
Cordialmente
Tomaso Giuseppe Cravarezza
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Messaggioda marcoluca » mercoledì 13 ottobre 2004, 9:15

Ed allora perchè non chiamarlo semplicemente stemma non gentilizio, se solamente negli ultimi secoli il termine plebeo ha maturato una connotazione dispregiativa?
E' solo una questione di terminologia... anche la COLF, collaboratrice familiare, una volta era semplicemente una cameriera...

marcoluca
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Messaggioda T.G.Cravarezza » mercoledì 13 ottobre 2004, 10:43

Gentile signor marcoluca,
chiamandolo semplicemente stemma "non gentilizio" si ha la sensazione che quindi lo stemma sia una prerogativa di famiglie nobili e che, occasionalmente, anche famiglie "non gentilizie" possano avere uno stemma. Aspetto che io non ritengo veritiero. Quindi, secondo me, lo stemma "non gentilizio" dovrebbe avere un suo nome proprio. Io ho proposto "plebeo" nel suo significato originale. Qualcuno, negli anni precedenti, propose "borghese". Proviamo a trovare un termine più corretto di "plebeo" o "borghese", a questo punto :)
Cordialmente
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Messaggioda Michele Baroncini » mercoledì 13 ottobre 2004, 10:50

Certamente...

come già detto non è che una questione di tipo lessicale.

Tuttavia, come chiaramente posto in rilievo anche dal Collega Tomaso Cravarezza, da una prospettiva storico-culturale non sarebbe corretto astenersi dall'osservare quanto già visto a proposito della locuzione "stemma plebeo".

Non dimentichiamo che l'araldica è una scienza documentaria che pertiene all'ambito storico... pertanto si dovrà porre una certa attenzione nella definizione di concetti che, inevitabilmente, sono impregnati di una precisa valenza storica.

Nel caso specifico, parlare di stemma borghese appare storicamente incoerente (e lungamente si potrebbe discutere circa il concetto di borghesia).

Ecco dunque che quella di "stemma plebeo" si propone, a mio modesto parere, come una delle definizioni più consone per ciò di cui stiamo trattando.

E' vero d'altro canto che non vi sono state "codificazioni" in materia circa l'espressione più idonea da usarsi, non è stata creata cioè una "definizione tecnica" dell'oggetto della nostra conversazione.

Ne consegue che ognuno resta libero di definire lo stemma dei non nobili come più gli piace... purchè, giova ribadirlo, non si parli di stemma borghese.

Concludo osservando che il linguaggio tecnico ha quasi sempre un animus diverso (e più raffinato) rispetto al parlar comune... nessuna connotazione spregiativa dunque... ma solo doverosa puntigliosità in materia storica.

Da grande appassionato di storia romana osservo inoltre come molti insigni cives romani proclamassero con orgoglio le proprie ascendenze plebee (si pensi esemplarmente solo a Marco Porcio Catone) essendo riusciti con le sole virtù personali a scalare i gradi più alti dell'ordinamento sociale.

La nobiltà nasce dunque dall'uomo ancor prima ancora che dal nome

E chi mai oserebbe pensare che un Catone (pur plebeo) non fosse nobile?

Cordialmente

Michele Baroncini
Michele Baroncini
 

Messaggioda Michele Baroncini » mercoledì 13 ottobre 2004, 11:15

CATONIS COLLECTIO DISTICHORVM VULGARIS


Deo supplica.
Parentes ama.
Cognatos cole.
Datum serva.
Foro parce.
Cum bonis ambula.
Antequam voceris, ne accesseris.
Mundus esto.
Saluta libenter.
Maiori concede.
Magistratum metue.
Verecundiam serva.
Rem tuam custodi.
Diligentiam adhibe.
Familiam cura.
Mutuum da.
Cui des videto.
Convivare raro.
Quod satis est dormi.
Coniugem ama.
Iusiurandum serva.
Vino tempera.
Pugna pro patria.
Nihil temere credideris.
Meretricem fuge.
Libros lege.
Quae legeris memento.
Liberos erudi.
Blandus esto
Irascere ob rem gravem.
Neminem riseris.
In iudicio adesto.
Ad praetorium stato.
Consultus esto.
Virtute utere.
Trocho lude.
Aleam fuge.
Litteras disce.
Bono benefacito.
Tute consule.
Maledicus ne esto.
Existimationem retine.
Aequum iudica.
Nihil mentire.
Iracundiam rege.
Parentem patientia vince.
Minorem ne contempseris.
Nihil arbitrio virium feceris.
Patere legem quam ipse tuleris.
Benefici accepti esto memor.
Pauca in convivio loquere.
Miserum noli irridere.
Minime iudica.
Alienum noli concupiscere.
Illud aggredere quod iustum est.
Libenter amorem ferto.
Liberalibus stude.



Come si potrebbe usare del termine "plebeo" con accezione dispregiativa nei riguardi d'un uomo simile?

cordialmente

Michele
Michele Baroncini
 

Messaggioda Guido Broich » mercoledì 13 ottobre 2004, 13:31

Desidero, sempre da neofita di questo Forum, prendere lo spunto più dalla discussione che dal titolo del Thread, me ne rendo conto, per una riflessione che nasce sopratutto dall'intervento di degli Uberti.

Premetto che semplifico, per meglio partecipare in breve questa riflessione.
Esiste una cesura fondamentale nell'intendere la struttura sociale, tra coloro che riconoscono delle diversità sostanziali tra gli uomini, da tradurre in realtà sociali e di diritto, e coloro che negano tali differenze.
Dalla prima visione del mondo nasce il concetto aristocratico e pertanto nobiliare. In esso una persona, per meriti dimostrati, accede ad una condizione di esistenza, in cui la società riconosce formalmente una diversità. Tale diversità poi può concretizzarsi in varie forme, tra cui diritti e benefici, accesso ad un corpo di leggi separato, etc.. L'inserimento in tale classe diversa avviene per decreto di una autorità superiore, in forma di riconoscimento pubblico, ed è - in quanto riferita al "ri-conoscimento" delle qualità della persona, a vita.
Si pensa pertanto che gli uomini non nascano uguali, di sostanza e di diritto, ma che vi siano differenze, che tali differenze vadano "scoperte" e "ri-conosciute". La condizione non è pertanto realmente acquisita, ma congenita. Acquisito se mai è il fatto che la società in cui vive il soggetto si accorga formalmente, sancendone lo status, di tale condizione congenitale.

In alcuni casi di ordinamento sociale presenti nella storia si è - per estensione logica - proceduto di definire che se la condizione di differenza viene scoperta e sancita in una persona, essendo essa genetica, tale condizione possa essere trasmessa ai discendenti, creando così la struttura nobiliare ereditaria inserita in una società che si percepisce di diritto aristocratico. Ma stiamo attenti: non in tutti i casi è così. In effetti in alcune realtà sicuramente aristocratiche ma prive di nobiltà ereditaria, si sostiene che l'obbligatoria fusione di sangue di due ceppi familiari nel nuovo nato, non permette di sancirne tout court la condizione genetica aristocratica, che invece necessita di nuova conferma di volta in volta. Un residuo di questo potremmo immaginarlo nella concessione di titoli nobiliari non ereditari.

Altra ideologia è vedere gli uomini tutti nati uguali, e immaginare ogni innegabile differenza derivata solo da fattori ambientali, sociali e quant'altro possa influire. In tale modus pensandi evidentemente le cariche pubbliche e i riconoscimenti hanno un valore intrinsecamente "pro tempore", perchè se si ammette la crescita temporale della persona si deve ammettere anche la decadenza, e tale fenomeno si estrinseca su tutta la fenomenologia ammessa alla variabilità temporale della condizione umana.
In tale mondo ovviamente il concetto aristocratico viene negato, e come tale, in discendenza, quello nobiliare. Per essi riamane solo un puro valore storico, come lo studio di una aberrazione sociale e del diritto che viene studiata in quanto una volta esistito.

Essendo noi oggi - a torto o a ragione, non sta a me qui discuterne - soggetti ad un ordinamento giuridico che ha fatto suo il secondo concetto, titoli e quant'altro non possono che avere il valore detto da Pierfelice degli Uberti nella sua precedente osservazione. Mischiare i mondo non porterebbe che a fenomeni illusori sine materia.

Si tenga presente inoltre che in una struttura ideale, basata proprio per la sua più profonda essenza sul merito individuale che si erge a valore pubblico, tanto da generare una struttura di diritto separato, come per esempio lo era quello feudale, l'accesso al sistema è fondamentale per mantenerlo in vita. La decadenza e l'estinzione delle famiglie geneticamente "riconosciute" aristocratiche, abbinata ad un blocco di nuovi "ri-conoscimenti", genera la morte per esaurimento del sistema e priva la comunità dei Pari di una sempre maggiore quota dei suoi componenti geneticamente qualificati.

Lascio ad altri le evidenti riflessioni derivanti da questo, volte a disquisire sul fatto che mantenere tale blocco porta alla lunga acqua al mulino di coloro che negano il concetto aristocratico.

Chi desidera invece salvarlo, non può non condividere la necessità di "riaprire la porta". Non potendolo fare all'interno di un ordinamento statuale che ne garantisca la serietà, è evidente che coloro che ritengono che l'ordinamento aristocratico possa avere ancora una valenza ideale oggi, nella accezzione di cui sopra, devono riflettere su come conservare e trasmettere la coscienza di questo corpus ideale, prima ancora a disquisire su come rivitalizzarlo. Solo poi potranno essere prese in considerazione forme rivitalizzanti.

Come premesso, appaio sicuramente off-topic, ma ritengo, stimolato dall'intervento dell'amico Pierfelice, quanto nqui detto propedeutico al disquisire su come chiamare lo stemma concesso da una autorità ufficiale di uno stato sovrano nei confronti di altri stemmi concessi da altre autorià sovrane. Senza dimenticare che esiste poi tutto un mondo refrattario al concetto di regolarità, forte in questo dalla affermazione che dove non vi è più regola, ogni cosa vale. E qui è forse il vero - e al momento unico - problema fattivamente affrontabile.

RingraziandoVi per la cortesia di avermi sopportato,

Vostro

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Re: Piccole Questioni di Etichetta

Messaggioda fra' Eusanio da Ocre » mercoledì 13 ottobre 2004, 16:26

pierfe ha scritto:...(omissis)...che male c'è a mettere su una carta intestata uno stemma che rappresenta un cognome quando scriviamo al Re di Spagna?...(omissis)...


So di un consocio il quale, "plebeo", si è ideato e realizzato uno stemma personale nell'ottica che, nel succedersi delle generazioni, divenga familiare...

...e nell'attesa lo usa, non certo per scrivere al Re di Spagna, ma solo :roll: per la corrispondenza abituale!

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Messaggioda Michele Baroncini » giovedì 14 ottobre 2004, 17:44

Davvero molto interessante Signori, :P

credo che dall'unione delle solide tesi del gentile signor Di Sanza e del caro Fra' Eusanio scaturisca la soluzione più equilibrata per il "problema"

cordialmente

Michele Baroncini
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Messaggioda antonio_conti » domenica 17 ottobre 2004, 2:58

Mi intrometto, buon ultimo, nella discussione.

Scriveva in origine Michele Baroncini:

Il collega sosteneva infatti esser manifestazione di garbo buona creanza astenersi dall´uso dello stemma personale o familiare nel caso in cui taluno, non nobile, debba rivolgersi a persona, dicamo cosi´, araldicamente referenziata.

La tesi or ora esposta veniva motivata argomentando che in tale frangente l´utilizzo dell´arma personale o familiare "plebea" possa configurarsi come un goffo tentativo di colmare un malcelato senso d´inferiorita´e d´insofferenza nei riguardi del nobile interlocutore.

Insomma... un deprecabile tentativo da arrampicatore sociale che farebbe tanto... voglio, ma non posso.


Ebbene, al di là della definizione dello stemma come gentilizio, borghese, plebeo, acquisito o che altro, non posso che ricordare le parole di Bartolo di Sassoferrato il quale affermava, nella metà del trecento, che lo stemma poteva essere acquisito da chiunque, purché non ledesse l’altrui diritto, proponendo l’equivalenza col nome.

Quindi alle parole di Degli Uberti (che condivido in pieno) aggiungerei Bartolo nelle argomentazioni di chi proponga argomenti quali quelli proposti dal collega di Università di Michele Baroncini.

Forse in Italia non ci sono stati casi frequenti di contadini dotati di uno stemma (come sembra essere avvenuto in altri luoghi d’Europa), ma certo armi di famiglie di Popolo, nel Medioevo, ve ne sono state a bizzeffe. Forse assai più diffuse delle armi della nobiltà decurionale consolidatasi col tempo in tutto il Paese.
Non si può negare che anche in araldica si è assistito poi ad un fenomeno di chiusura (alcuni ritengono di natura… fiscale) imponendo che lo stemma dovesse essere concesso, autorizzato, riconosciuto; ma sono anche avvenuti altri fenomeni a dir poco importanti che hanno ulteriormente mutato quella situazione, in Italia e non solo.

Trovare in uno dei massimi giuristi del Medioevo il consenso alla tesi della libera acquisizone di uno stemma non può che consolidare il mio pensiero che si concretizzò anni fa nella creazione di uno stemma personale in un contesto di “gioco”, al quale sono naturalmente affezionato e al quale delego volentieri l’onere di “rappresentarmi”. Naturalmente parlo di arma, ossia dello scudo e del suo contenuto, non apporrei mai una corona sul mio stemma... come si vedrà "riposa" una feluca goliardica, che è tutto dire.

Quanto al termine “borghese” o “plebeo”, credo che dovremmo attenerci ad alcuni criteri ma quali? L’ultima legislazione araldica italiana? Allora lo stemma è borghese. Oppure dovremmo attenerci a concetti storici? Come la parte popolare e la parte magnatizia del Medioevo araldico…
In conclusione, a parte l’attuale valenza dispregiativa del termine plebeo, credo che citare la “romanità” per una nobiltà che ha fatto a gara per trovare origini improbabili oltralpe non abbia molto senso.
Direi che sarebbe opportuno usare comunque canoni espressivi coevi al fenomeno araldico.
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Messaggioda Franz Chiarizia de Molise » domenica 17 ottobre 2004, 13:43

Concordo con quanto detto sopra
Saluti
Franz Chiarizia de Molise
"...io non domando per la mia antica nobiltà, ne cariche ne onori..."
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Messaggioda antonio_conti » lunedì 18 ottobre 2004, 1:50

Giusto, ma restando al dato della questione posta dal collega del Sig. Baroncini, il diritto allo stemma è di chiunque, come il nome. Mentre solitamente si intente, o vien fatto intendere, che sia cosa nobiliare.
Naturalmente c’è modo e modo di proporsi quale possessore d’uno stemma, il rischio è quello di finire vittima dell’ironia di Giotto, come raccontato da Franco Sacchetti nelle sue Trecentonovelle.

Quanto agli stemmi di cittadinanza (giustamente non “borghesi”) erano riconosciuti a famiglie che potessero fornire prova di un possesso pubblico e pacifico per un certo periodo di tempo. Con evidenza queste famiglie non nobili avevano il diritto di usare legittimamente in pubblico un loro stemma, sempre nel rispetto dell’altrui diritto.

Lo stemma dei non nobili, cittadini, quindi, è trattato dalla legislazione secondo una gerarchia che è quella convenzionale dei titoli nobiliari, ponendolo per ultimo. Logico, visto che si parla di Ordinamenti dello stato nobiliare… Ma anche nella logica di quella legislazione (oggi abrogata), che dire di una famiglia di popolo che vanta l’uso dello stemma da decine o centinaia d’anni, a fronte di un’altra che non lo aveva se non prima della concessione risalente ad epoche ben più recenti?
Si torna al problema della storia di ciascuno che, come dice Degli Uberti “non può essere rubata”, ma nemmeno inventata.

Ho notato che nella legislazione del Regno, il periodo di “possesso pubblico e pacifico” (sessant’anni nel 1896, 150 anni nel 1926, un secolo nel 1943) è variato ben più facilmente e rapidamente di quanto non sia variata l’età prevista per divenire senatori nella Repubblica Italiana di cui si discute in questi giorni. Perché? Queste variazioni sono state legate a valutazioni storico politiche o alla bizzarria di qualcuno… (mi fermo per non buttarla in politica).

A.C.
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Messaggioda T.G.Cravarezza » lunedì 18 ottobre 2004, 12:05

Egregi Signori,
hanno scritto: "Tentiamo invece una classificazione che guardi anziché alla persona dell’armigero, direttamente allo stemma".
E' proprio per questo motivo che io propongo la classificazione per stemma gentilizio, stemma plebeo, et cetera. Io non mi riferisco con questi aggettivi alla persona, ma proprio allo stemma, in quanto uno stemma gentilizio ha elementi differenti da uno stemma plebeo. Quindi la mia classificazione e successiva differente denominazione degli stemmi, si rifà proprio e unicamente alla differenziazione degli stemmi e solo in seguito alla differenziazione del ceto sociale dei loro proprietari.
Per mia opinione, ogni uomo ed ogni famiglia hanno il diritto di avere uno stemma, al di là della loro condizione sociale, come del resto detengono, pacificamente, uno nome ed un cognome. La differenziazione appunto tra stemmi plebei o gentilizi avverrebbe unicamente per i diversi elementi che compongono tali stemmi e quindi per classificarli. Tutto qui. Sul fatto poi che il termine "plebeo" non sia adatto a denominare gli stemmi non gentilizi, se ne può discutere e trovare un termine più adatto. Ma sul fatto che sia necessario denominare in diverso modo gli stemmi gentilizi e gli stemmi non gentilizi, secondo me è una necessità. Proprio perchè lasciando la dicitura "non gentilizi" si rischia di far passare la teoria per cui solo i nobili possano detenere uno stemma ed ai plebei sia concesso, raramente e a difficilmente, uno stemma appunto definito "non gentilizio", quasi che sia una concessione della nobiltà fatta a questo o quel plebeo particolarmente distinti.
Cordialmente
Cordialmente
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Tomaso Giuseppe Cravarezza
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