Pensare che le regole del DI che disciplinano il patrimonio araldico delle case già sovrane non debellate non abdicatarie debbano essere presenti in trattati è tanto assurdo quanto illogico.
Innanzitutto un trattato internazionale vincola in base alla clausola "si omens" solo coloro che lo sottoscrivono e lo ratificano e non altri (alla stregua dei contratti tra le persone: se Tizio e Caio stringono un accordo, Mevio non è è soggetto al quell'accordo ed è libero di agire come meglio crede).
La fonte principale del diritto internazionale è la consuetudine che a differenza dei trattati vincola tutti gli stati e si forma al sussistere di due elementi la Diuturnitas e l'Opinio iuris. Le regole che disciplinano le case già reali e il loro patrimonio araldico (ivi conmpresi gli ordini equestri dinastici) si è formato in questo alveo. Quindi invocare trattati non ha senso così come non avrebbe senso fare trattati (con i limiti del trattato) per disciplinare qualcosa che è già disciplinato dal diritto. Quando si studia diritto internazionale all'università (in genere al secondo o al terzo anno) si insegna che il trattato è uno strumento genetico del diritto con effetti novativi. Esistendo già un corpus di disposizioni di natura consudetudianria che regola una determinata materia, che senso avrebbe dare avvio alle trattative per la stipula di un trattato, coinvolgendo circa 200 stati, che dovrebbero convergere con consenso unanime su un testo che verterebbe su materie già regolate e che sicuramente non costituiscono nè una priorità o un'emergenza di natura politica?
Il DI è caratterizzato da estremo pragmatismo che riesce a far convivere gli opposti (basta vedere l'impronta kelseniana dell'ordinamento internazionale e la prassi schmittiana della sua attuazione pratica) postulare l'inesistenza o addirittura ridurre a "fantasia" il diritto equestre e le norme che disciplinano gli ordini di case sovrane non più regnanti mi lascia, diciamo, assai perplesso. La realtà è altra.

