Interessantissimo anche quest'ultimo scambio di vedute e di documenti su cui sicuramente riflettere.
Personalmente mi sento di spezzare una lancia (piccola però) per Alessio. Come ho altre volte scritto, in una discussione con tesi contrapposte, per giunta scritta e quindi meno immediata nel comprendere determinate sfumature e concetti, è facile che ci si fossilizzi sulla propria tesi e alle volte si usino un poco i paraocchi. E' quindi utile cercare di ampliare le vedute, per quanto possibile.
Quindi, pur rimanendo uno strenuo difensore delle idee che espressi nelle pagine precedenti e del considerare lo status nobiliare come uno status pubblico, producente diritti e doveri previsti da una specifica legislazione emanata dall'Autorità (sia essa il Re o il consiglio nobiliare locale) e di conseguenza necessitante di un qualche riconoscimento pubblico che conceda tali onori e oneri (sia un brevetto, sia la cooptazione nel consiglio nobiliare, sia il ricoprire incarichi di solo appannaggio della nobiltà....), e ferme restante le leggi che Delahye ha riportato e che sono molto chiare, ritengo anche che il chiodo fisso di Alessio
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sul riconoscimento sociale, sulla considerazione degli altri nobili, sullo "scontentare il meno possibile il cittadino notabile", sulla flessibilità delle norme, non sia così peregrino e assurdo, ma che debba essere contestualizzato a delle realtà cittadine minori. Cioè, ci sta che in paesi più piccoli, in comunità magari fortemente identitarie e legate alle proprie piccole autonomie, una famiglia con una certa storia, coscienza ed identità, che ha ricoperto incarichi importanti per il paese, influente, benestante, magari con qualche matrimonio con famiglie nobili, potesse essere considerata "nobile" (forse sarebbe meglio scrivere "come se fosse nobile") dai compaesani e dai nobili "legali" e sicuramente tale riconoscimento sociale esisteva ed era importantissimo. Il problema sarebbe verificare se quella famiglia che era riconosciuta "come se fosse nobile" nel suo paesiello, fosse davvero riconosciuta poi tale dal Regno e nella capitale o comunque in un grande centro. In altra discussione facevamo alcuni esempi su quali parametri dovesse sottostare oggi chi volesse vivere "more nobilium" ed era sorto ad un certo punto il problema derivante dal contestualizzare i medesimi parametri per chi vive in un paesino e chi in una metropoli: cioè un medico, magari l'unico, del paese di 1000 abitanti, è un'autorità (un nobile), ha più soldi della maggior parte del paese, è uno dei più acculturati, ha la laurea, ricopre una professione che lo fa conoscere a tutti i compaesani, magari per tutti questi motivi svolge anche una funzione sociale/pubblica come il sindaco o il consigliere comunale.... ma il medesimo medico in una metropoli, è uno dei tantissimi medici, uno dei tantissimi acculturati, anche a livello di ricchezza è probabilmente nella media cittadina e non a livello dei notabili o dei nobili. A questo punto se nel suo paesiello d'origine può anche essere considerato un "quasi nobile", anche magari dai nobili stessi, nella capitale e dallo Stato, è uno dei tanti. Così per quelle famiglie di cui ha spesso accennato Alessio: famiglie che nella loro cittadina sono influenti, hanno stretto buone amicizie, hanno una certa ricchezza, hanno una loro storia consolidata... sono insomma, considerate "notabili/nobili" dai compaesani e dagli stessi nobili "legali" e magari usufruiscono anche dei medesimi privilegi perché appunto la legge diviene "flessibile", si cerca di non "scontentare nessuno"... , ma poi, legalmente, per le leggi del Regno, quelle famiglie non sono nobili (non avranno ricevuto l'assenso regio, anzi, nessuno le avrà mai nemmeno proposte per il regio assenso) e nella capitale, negli alti uffici... quelle famiglie non hanno alcun valore né riconoscimento di nobiltà, sono solo delle famiglie storiche di quel paese, utilissime nel loro contesto sociale, ma nulla di più.
Allora, sono nobili o non sono nobili? Mah, per la mia "ferrea e legalista"
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tesi, non sono nobili, sono sicuramente viventi more nobilium, hanno un grande riconoscimento sociale, sono famiglie storiche, utilissime nel loro specifico contesto sociale, ma la nobiltà, come status pubblico riconosciuto (riconosciuto non solo a livello sociale e di "paese", ma a livello dell'Autorità che legifera) è altra cosa per me (è un misto delle due cose, cioè l'unione del riconoscimento sociale, della storia, delle capacità, del potere/prestigio/ricchezza, ma anche del riconoscimento di tutto ciò tramite la "concessione" da parte dell'Autorità, secondo le modalità previste dalla legge, di onori et oneri.