Gentile
Alessio Bruno BediniTi ringrazio per l'interesse dimostrato in questa discussione!
Detto questo, per rispondere alle tue, corrette, osservazioni:
Alessio Bruno Bedini ha scritto:Anzitutto il piano giuridico. In Italia, come sappiamo, il riconoscimento dei titoli nobiliari è cessato con la Costituzione (XIV disposizione transitoria e finale).
Oggi sopravvive soltanto la possibilità di cognomizzare i predicati e, se vogliamo, una forma di riconoscimento storico-documentale, ma non giuridico.
Questo è un punto fermo: lo Stato italiano non riconosce più la nobiltà come status giuridico.
Perché io ho detto che la Repubblica Italiana riconosce la nobiltà come status giuridico, oppure che riconosce i titoli nobiliari?
Ho semplicemente detto che la nostra repubblica protegge il diritto dei discendenti della famiglie riconosciute dal Regno d'Italia come nobili aventi titoli feudali a cognomizzare i loro predicati.
Mi è sembrato scontato dire che la Repubblica non riconosce la nobiltà, anche perché questa frase è stata detta così tante volte che proprio non volevo ripeterla nel post, anche perché il mio intento era completamente un altro. Lo scopo era evidenziare come la Repubblica Italiana riconoscendo i predicati come parte dei cognomi
de facto e
de jure svolge un ruolo di protezione dell'aristocrazia storica nazionale (si badi, aristocrazia non nobiltà, e qui uso aristocrazia, a scanso di equivoci, proprio per sottolineare che si tratta di famiglie storiche legate all'ex nobiltà, ma in nessun caso si può parlare di nobiltà). Il riconoscimento del predicato ad una famiglia italiana è un atto giuridico, passa per la decisione di un tribunale e ha effetti sullo stato anagrafico del soggetto interessato, non ha un valore "storico-documentale" per lo Stato ma solo per il privato, per lo Stato è un provvedimento burocratico.
Alessio Bruno Bedini ha scritto:Poi c’è il piano della sopravvivenza in altri ordinamenti, che tu hai descritto molto bene citando realtà come la Città del Vaticano e San Marino, o monarchie come il Regno di Spagna e il Regno Unito.
Però, il fatto che cittadini italiani possiedano titoli riconosciuti all’estero non significa necessariamente che la nobiltà italiana, in quanto tale, goda di “buona salute”.
Piuttosto, indica la continuità genealogica e la capacità di alcune famiglie storiche di inserirsi in contesti dove la nobiltà ha ancora un riconoscimento formale.
Certamente è proprio questo uno dei punti al quale volevo arrivare! Per secoli le famiglie storiche o emergenti della penisola, abitanti di stati deboli e spesso soggetti a potenze straniere, oltre a ottenere riconoscimenti legati agli Stati dei quali erano abitanti hanno spesso puntato fuori dai confini statali. Di fatto erano tantissime le famiglie che avevano titoli in più stati preunitari, e molte sono pure le famiglie che, avendo puntato su titoli e riconoscimenti all'infuori della penisola, ad oggi hanno conservato la loro condizione (all'estero). E questo senza contare il buon numero di famiglie legatesi a quelle fons honorum di stati sopravvissuti fino ad oggi dentro la penisola italiana, appunto il Vaticano e San Marino. Faccio notare che già solo la nobiltà legata allo Stato della Chiesa è una parte veramente corposa delle famiglie storiche/aristocratiche della penisola. Se guardiamo alle ex nobiltà/aristocrazie ad est (ex Impero asburgico, ex Impero Russo, ex Impero ottomano) la situazione è decisamente peggiore, come decisamente peggiore è in Svizzera. La Germania pure non è messa bene a detta mia, il loro riconoscimento dei titoli come parte del nome causa spesso situazioni surreali...(per non parlare della possibilità dell'aggiunta dei titoli come parte del nome alla discendenza adottiva, spesso non legata genealogicamente all'adottante). Ma comunque non ho detto che c'è una nobiltà italiana, e che essa inquanto tale goda di buona salute, solo che c'è una bella fetta di aristocrazie italiche che per motivi storici e scelte oculate ad oggi gode di una condizione privilegiata all'estero.
Alessio Bruno Bedini ha scritto:Infine, il tema degli ordini cavallereschi e del fons honorum.
È corretto ricordare il ruolo delle ex case sovrane, ma va anche precisato che la Repubblica Italiana non le riconosce come autorità sovrane.
Lo Stato, al più, si limita a non vietare (o in certi casi ad autorizzare) il porto delle loro onorificenze.
Ed è proprio qui che spesso nasce un equivoco: questa tolleranza non equivale a un riconoscimento della nobiltà, ma riguarda esclusivamente il piano onorifico.
Ecco qui giustamente hai precisato che la Repubblica Italiana non riconosce le ex case regnati italiche come autorità sovrane, questo io non l'avevo specificato, dandolo per scontato, però giustamente non tutti i lettori intendono (o vogliono intendere) questo fatto determinante!
Ad ogni modo la mia riflessione si limitava solo alle onorificenze autorizzate, anche perché qualcosa di non vietata e riservata all'ambito privato è nulla/irrilevante dal punto di vista giuridico (che poi è il punto di vista che sto adottando per osservare la questione). Però io avevo specificato che non si tratta in nessun caso di un riconoscimento indiretto da parte della Repubblica Italiana di nobiltà:
Matt ha scritto:2) La Repubblica Italiana riconosce come fons honorum alcuni discendenti di ex case sovrane italiche preunitarie come Borbone due Sicilie, Borbone Parma e Asburgo Lorena di Toscana, che in questo modo sono libere di conferire ai cittadini italiani le loro onorificenze dinastiche (qui sottolineo come la Repubblica Italiana non entra nel merito delle onorificenze nobilitanti o riservate ai nobili e pertanto il fatto che lo Stato ne autorizzi la concessione non può essere interpretato come un cripto riconoscimento della nobiltà).
Poi forse il fatto che ho usato il termine
fons honorum magari è stato scorretto. Giustamente come hai fatto notare la Repubblica non riconosce i capi di queste famiglie come capi di stato/autorità sovrane. Di conseguenza avrei dovuto specificare che si tratta di una sorta di
fons honorum limitata all'autorizzazione di conferire onorificenze dinastiche senza ulteriori implicazioni o trattamenti speciali riconosciuti dal nostro Ordinamento. Quella che alcuni sul forum hanno definito
fons honorum affievolita.
Alessio Bruno Bedini ha scritto:Per questo, quando dici che “la situazione delle aristocrazie italiche non è messa male”, sono d’accordo solo se lo si intende in senso storico e sociale.
In effetti, la nobiltà italiana continua a esistere come realtà culturale, genealogica e relazionale, e mantiene anche una certa visibilità internazionale.
Ma sul piano strettamente giuridico, nello Stato italiano, essa non esiste più come istituzione.
Io invece ho impostato la mia argomentazione proprio su un punto di vista strettamente giuridico, evidenziando come, per certi cittadini italiani, sia oggi possibile godere un riconoscimento giuridico pieno, o possibile, in altre realtà statali. Certo non si tratta di nobiltà italiana. Ma siamo comunque in un ambito "italico" o estero. Però questo è il mio modo di vedere questi particolari casi. Poi giustamente ognuno di noi si interessa ad un particolare aspetto della vicenda in base ai suoi interessi e alla propria sensibilità.
Se invece si guarda in senso storico culturale alla faccenda, allora non posso che essere d'accordo con te, almeno per quanto riguarda l'ex nobiltà italiana e le famiglie più importanti (insomma intendo i discendenti di quelli famiglie che ebbero sempre un riconoscimenti fino al 1948 oppure quelle famiglie che sebbene non riuscirono ad ottenere un riconoscimento formale hanno una certa importanza storica) ma per quanto riguarda i discendenti delle famiglie aristocratiche dei piccoli paesi (specie nelle zone che frequento tra Gargano e Napoli) la situazione è pessima. Molti non sanno nemmeno i colori dei loro scudi, non sanno cosa significa la parola araldica, o quale sia la differenza tra genealogia e blasone...per non parlare delle pretese a titoli virtuali!
Alessio Bruno Bedini ha scritto:Forse, proprio alla luce delle osservazioni che fai, oggi ha più senso parlare di reti aristocratiche transnazionali piuttosto che di nobiltà legata a un singolo Stato.
In questo senso, l’elemento “italico” che richiami è reale e interessante, ma va letto come continuità storica e identitaria, non come continuità giuridica.
Io invece ho un altra visione di fondo: non c'è nobiltà senza esplicito riconoscimento statale.
Credo che questa sia stata la prima cosa che ho fatto mia leggendo i post del Presidente degli Uberti. Questa impostazione mi porta a leggere e studiare i fenomeni con questo punto di vista.
Non esistono nobiltà legate a più Stati. Se si è nobili lo si è per un ordinamento legislativo. Magari un tipo, un X, è conte di T in Vaticano e marchese F a San Marino, ma per il Vaticano X sarà solo conte T e per San Marino X è il marchese F. Poi che X nel suo privato in Italia usi entrambi i titoli è una cosa privata che a me non interessa. Per un cittadino italiano che gode di un titolo nobiliare estero detenuto nella sua famiglia da secoli c'è una continuità giuridica. Ma questo non significa nulla con il fatto che questo cittadino aveva, ad esempio, fino al 1948 un titolo italiano, quel titolo è perso non esiste più di quello non c'è continuità.
Giustissimo però parlare di reti aristocratiche transnazionali, con la specificazione però che esse sono un fenomeno storico sociale non di oggi, ma della storia dell'umanità intera, e che giustamente non è affatto un concetto giuridico ma, appunto, storico sociale.
Infine, perdonami caro Alessio, non vorrei sembrare antipatico, anche se rispondendoti punto per punto ho certamente dato questa impressione...
Il tuo intervento mi è stato utilissimo per poter meglio esprimere, puntualmente, quello che penso sull'argomento e per correggere o completare la mia argomentazione. Chiaramente qui, scrivendoci, non è possibile esprimere il tono della nostra voce, che nel mio caso lungi dal voler risultare antipatico vuole essere solo "amichevolmente puntiglioso".
Per cui ti ringrazio tantissimo per le tue osservazioni!