l'eredita' incorporea

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l'eredita' incorporea

Messaggioda pierluigic » sabato 19 aprile 2025, 15:43

Mi scappa sempre da sorridere quando sento parlare di "eredita' incorporee" e poi pero' magari , tanto per moderare , citare l'Alighieri
La stirpe non fa nobili le singulari persone , ma le singulari persone fanno nobili la stirpe

Dante Alighieri fiorentino , Convivio IV -- XX V



In effetti le "singulari persone " tentano spesso di farsi belle con gli antenati. ( veri o fasulli )

Io credo ben poco nelle eredita' incorporee , ( credo invece nel peso delle eredita materiali )
Non e' facile essere se stessi ( o quello che l'esempio dei genitori imporrebbe ) in una societa' dove il denaro ha un peso non trascurabile quando questo denaro non lo hai e non hai modo di averlo

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Propongo sul mio sito di rovesciare un poco la questione

“....Perché i figli salvano e tengono vivo il nome dei morti, come i sugheri, reggendo la rete, preservano il filo di lino dal fondo del mare..." ESCHILO, Coefore


IL DEBITO VERSO I NOSTRI MORTI E' QUELLO DI RICORDARLI .
E' pagando questo debito che insegneremo ai nostri figli a conservare e trasmettere anche il nostro ricordo permettendo anche a noi di scampare in parte all'oblio del tempo , permettendo anche a noi di non morire per sempre , permettendo anche a noi di lasciare una minima traccia
Chi costrui Tebe dalle sette porte ?

L'UTILITA' SOCIALE , DI CONSERVARE IL RICORDO DELLE VICENDE DEL SINGOLO, e' invece nell'essere questo un modo di controllare la veridicita' delle vicende della MACROSTORIA cosi come ci viene raccontata dagli storici
Garantire cioe' una piu' veritiera conoscenza dei fatti
E quindi in definitiva la veritiera ricostruzione di una esperienza collettiva e dei suoi effetti , costruita attraverso migliaia di storie "vere"

VERE perche' e' solo conoscendo veramente dove e' la buca , che si puo' evitare di caderci dentro di nuovo

vale l'aforisma :

Tempo presente e tempo passato sono entrambi presenti nel tempo futuro....e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato" ............T.S. Eliot



le vicende di ogni persona (vicende familiari--MICROSTORIE ) ) si svolgono tra gli effetti e gli incroci con la MACROSTORIA , cioe' le conseguenze delle scelte dei cosidetti GRANDI ( quelli che spesso finiscono nei libri come protagonisti e piu' spesso che non si creda ci finiscono inadeguatamente e indegnamente ) e le storie locali ,quelle piu' vicine a noi

Cosi la ricostruzione della storia familiare o anche di un cognome chiede amore per la storia macro e micro ) e quindi la capacita' di leggere e di ricostruire la storia politica , economica , sociale cioe' delineare il palcoscenico in cui si sono mossi i nostri antenati-

Cosi la storia di ciascuno di noi diventa un modo di interpretare e comprendere meglio la MACROSTORIA e di verificare la sua ricostruzione . Tante microstorie convalidano quanto si scrive della MACROSTORIA o all'opposto lo pongono in dubbio

In questo senso si dice che la storia familiare e' AUSILIARIA alla MACROSTORIA

Questo per capire meglio , per intuire le opportunita' e le difficolta' , per comprendere i recinti morali ,religiosi , intellettuali in cui erano costrette e confinate le loro scelte e le loro azioni

Col senno del poi : gli errori e le imprese

Quindi ,nella nostra ricostruzione , ogni storia familiare o di un cognome deve compiere un itinerario , nel corso dei secoli, dai luoghi di origine del cognome , ai luoghi delle emigrazioni con spostamenti regionali , nazionali e oltrenazionali

chiede insomma un lungo sguardo attento alla MACROSTORIA e uno attento sulle vicende locali

Cio' che avrebbe quindi senso e utilita' per un individuo assume una valenza per la collettvita'

Forma una memoria collettiva avvalorata da una gran quantita' di singoli episodi - La ricostruzione di un mosaico

La conoscenza dei possibili errori commessi nel passato dai Sapiens dovrebbe spingerci a costruire un mondo dove sia possibile effettivamente costruire il sogno di una "felicita' collettiva" o almeno di una "serenita' collettiva"

E' solo conoscendo veramente dove e' la buca , e di come ci si e' caduti, che si puo' evitare di caderci dentro di nuovo


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Re: l'eredita' incorporea

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » sabato 19 aprile 2025, 16:33

Caro Pierluigi, il tuo intervento è come sempre ricco, denso di riferimenti e merita davvero più di una lettura.
Dante diceva bene: la “stirpe” non fa nobili le persone. Eppure quanto è facile vedere tentativi di autolegittimazione attraverso una falsa genealogia.
È vero: "farsi belli con gli antenati" può diventare un vezzo più che una vocazione.
Ma se invece lo intendiamo come un esercizio di conoscenza, di comprensione, di umiltà persino, allora cambia tutto.
In passato ho scritto qualcosa sul lavoro dello storico orientato in questo senso.

Sono d’accordo con te nel rovesciamento che proponi: l’eredità immateriale non è un capitale da vantare, ma un debito da onorare.
L'ho detto direttamente a discendenti di grandi famiglie storiche, ma non so quanto abbiano capito questo concetto.
È un debito che si onora, come dici, col ricordo, ma non un ricordo astratto, sentimentale o puramente celebrativo.
Bensì un ricordo “vivo”, interrogato, messo alla prova della storia vera.
La microstoria familiare, nel tuo discorso, assume una funzione critica e documentaria nei confronti della macro-narrazione storica.

Mi trovi anche in sintonia sul fatto che il lavoro genealogico serio richiede, necessariamente, una doppia lente: in primis quella locale, intima, affettiva.
Ma anche quella più ampia, capace di leggere i segni della politica, dell’economia, delle strutture di potere e delle credenze che hanno influenzato le scelte (e le non-scelte) dei nostri antenati.
I recinti morali, religiosi, culturali che citi sono lo spazio della nostra indagine.
Non è un caso se, ricostruendo la traiettoria di un cognome o di una famiglia, emergano eventi che mettono in crisi la narrazione "ufficiale" e ci costringano a riscrivere non solo la nostra storia, ma la Storia tout court.

Mi piace anche molto il richiamo al concetto di "felicità collettiva", che non è un’utopia ingenua, ma una possibilità da considerare concretamente, almeno come direzione.
È il tipo di “felicità” che nasce dalla consapevolezza, dall’imparare dai propri errori, dal ricordare "dove è la buca"... cosa che sarebbe fondamentale per noi tutti.
E forse è proprio in questa memoria che si annida il senso ultimo del fare genealogia con serietà: non per trovare gloria, ma per evitare l’oblio.

Un caro saluto e buona Pasqua
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Re: l'eredita' incorporea

Messaggioda il-prof » domenica 20 aprile 2025, 17:38

Che bello leggere i vostri interventi, cari @Alessio Bruno Bedini e @pierluigic!
Come non condividere le vostre riflessioni?
Un caro augurio di Buona Pasqua
il-prof
 

Re: l'eredita' incorporea

Messaggioda Matt » lunedì 21 aprile 2025, 19:38

Concordo nell'affermare che sono stati scritti due grandi interventi da parte di pierluigic e Alessio Bruno Bedini, entrambi veramente densi di significato e meritevoli di grande attenzione.

Riguardo quanto affermato, lascio di seguito anche le mie, meno profonde e complesse, considerazioni:

Io personalmente credo al concetto di eredità incorporea poiché si tratta di un insieme di capitali effettivamente esistente sebbene non direttamente visibile. Per poterne parlare però, prima vorrei riprendere la frase già citata dell'Alighieri, che secondo me, nell'ottica odierna si trova castrata del suo significato, poiché dalla fine della prima guerra mondiale ad oggi si è visto l'affermarsi dapprima della famiglia nucleare e poi dell'assoluta e unica presenza dell'individuo capace di interfacciarsi da solo, senza mediazione familiare, nella società unicamente grazie ai meriti o ai demeriti individuali. Ora questo quadro contemporaneo non era presente al tempo di Dante, e nemmeno prima della prima guerra mondiale (almeno in Italia), ma è un prodotto delle tre grandi ideologie del '900, ovvero il capitalismo, il comunismo e il fascismo (grandi solo nel senso di portata storica). Precedentemente vigeva una concezione "cumulativa" di famiglia, dove i rapporti tra più generazioni e tra vari gradi di parentela erano più saldi e si poteva parlare di "famiglia allargata", un'istituto che era potenzialmente infinito poiché i confini di un gruppo familiare non erano delimitati e si sovrapponevano ad altri nuclei, rendendo compatta (sebbene sempre armonica) la comunità di villaggio e di quartiere, nelle città. Nel quadro di queste famiglie "larghe" doveva esserci una sorta di concezione cumulativa dell'esperienza sociale, dove le esperienze individuali si assommavano a quelle dei predecessori, divenendo esempio per le generazioni seguenti e condizionandone, in parte, le scelte. A questo modello quello attuale invece contrappone una concezione individuale e non sommabile dell'esperienza sociale che di norma non è in grado di favorire l'emulazione delle generazioni successive e che fa terminare il capitale acquisito con la morte dell'individuo. La grande differenze tra noi e i nostri avi è che loro si concepivano come un momento, un ramo, nell'albero della vita della propria famiglia, mentre noi ci consideriamo le ultime gemme, prodotto finito e perfetto del processo di evoluzione, dimenticandoci che mentre i rami crescono le foglie prima o poi seccano. Metafora fredda lo so, non vuole essere una critica, solo una fotografia della società di ieri e di oggi. Ad ogni modo, nelle famiglie di un tempo, diciamo quelle "larghe"(allargate come definizione è troppo contestabile secondo me), essendoci un ingerenza intergenerazionale che è impossibile realizzare nelle famiglie nucleari, il capitale sociale/esperienza sociale aveva una più facile via di propagazione nel medio periodo, portando a forme emulative nei vari aspetti della vita come: religione, lavoro, mentalità, sessualità, tradizione ecc... Proprio riguardo i punti di religione, lavoro e tradizione parlando di nobiltà è facile vedere come una famiglia tendesse a indirizzare i propri membri in base alle politiche famigliari, o in senso religioso, e rinforzasse i suoi legami celebrando tradizioni comuni (legandosi al totem, ovvero lo stemma di famiglia, oppure celebrando particolari Santi etc...). Anche nel mondo contadino e borghese avvenivano nelle famiglie fenomeni analoghi. Questi capitali sociali erano ben conosciuti anche, in particolare negli ambiti di paese ma, in caso di famiglie preminenti anche in ambito cittadino o addirittura nazionale, dagli individui estranei alla famiglia di appartenenza e pesavano sugli individui permettendone talvolta i successi, talvolta i fallimenti. Tutto questo era garantito da un pregiudizio sociale, dal quale comunque molti riuscivano ad emanciparsi. Per questo almeno per quanto riguarda il periodo ante 1918 per me ha un senso parlare di "redità incorporee". Poi per quanto riguarda una loro eventuale sopravvivenza oggi, in contesti di paese o di circoli privati, credo non si possa parlarne senza sottolineare la loro dimensione di fossili sociali, per dirla antropologicamente. Ultima precisazione, intendo come eredità incorporee solo quell'insieme di tradizioni, status e funzioni di una famiglia, i titoli nobiliari non possono rientrare in questo concetto poiché tecnicamente solo meriti garantiti dallo Stato che esistono fino a quando sono riconosciuti da questo, discorso diverso si potrebbe fare la nobiltà, che potremmo definire come il riconoscimento di una particolare forma di dignità esistente in una prosapia e che attualmente è possibile vedersi riconoscere da alcuni ordini cavallereschi (ma su questo argomento sono molto, molto scettico, anzi direi quasi contrario!).

Detto questo, ho davvero amato le vostre riflessioni!
Buona Pasquetta e Cordiali saluti
Matt
 
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