Matt ha scritto:Buonasera
Da qualche tempo rifletto su gli usi di molte casate già sovrane in cui i capi concedono "titoli" a loro parenti, prossimi o meno.
Personalmente trovo che questa pratica sia(quasi sempre) inutile, poiché i capi di dinastie già sovrane (nipoti, pronipoti di re e duchi) non hanno, in teoria e quindi anche in partica, il potere nemmeno di sanare lacune nella successioni nobiliari, figuriamoci di fare vere e proprie concessioni ex novo.
Eppure questa pratica è diffusa in un sacco di famiglie già sovrane italiane e non.
Addirittura circola sul web un fogliettino di un pretendente a un trono che in stampatello e con semplice penna concede un titolo, credo ducale, alla figlia o alla moglie (non ricordo bene la vicenda). Un altro caso curioso sarebbe quello di un titolo principesco concesso verbalmente di cui non si troverebbe concessione originale scritta ecc...
Se avete capito a chi mi riferisco sappiate che la mia non vuole essere una critica distruttiva, ma vorrei solo far riflettere su quelli che secondo me sono degli atti che non rafforzano la tradizione e che moralmente non aiutano a perpetuare la storia della propria famiglia, oltre a non avere nessun valore (sia in negativo che in positivo). Insomma non è una messa in stato d'accusa di alcuno.
Da quello che ho potuto leggere e da quanto ho capito da quando mi sono approcciato allo studio di queste materie i titoli, anche nelle dinastie reali, valgono solo e quando sono garantiti e riconosciuti dallo Stato che li giustifica. In seguito a una perdita di potere politico ritengo che qualcosina possa fare un sovrano spodestato non abdicatario. Tuttavia un semplice "capo della casata" oltre a concedere i propri ordini, se gli è permesso dalle leggi, o a permettere l'accesso in una categoria nobiliare di un suo ordine (qualora avesse a disposizione un ordine nobiliare) a un iscritto con qualche difetto nelle prove (anche se pure su questo ci sarebbe da dire molto, ma magari non qui), non credo possa fare oltre.
In definita l'idea che mi sono fatto è la seguente: I titoli concessi da "capi di dinastie già sovrane" non hanno nessun valore oggettivo. Gli unici titoli che hanno un significato sono quelli che, quando presenti, sono di spettanza storica di un particolare erede della famiglia, confermati da delle leggi scritte. Senza fare esempi concreti faccio questo di fantasia: Lo statuto della casa sovrana dello stato di X prevede che il figlio del re di X, sia nominato "principe della corona" o "principe ereditario", gli altri agnati sono "principi del sangue", inoltre il primo in linea di successione è il duca di F, il secondo il conte di D ecc..
Giusto per dare un impostazione alla discussione, vi dico che ogni idea è ben accetta, dopotutto questa vuole essere una discussione dell'impostazione teorica di come, da un punto di vista morale, storico, filosofico e politico, andrebbe gestito il problema del legittimismo in generale. Tuttavia siete pregati di non fare nomi di dinastie o di scendere nel concreto specialmente nei casi in cui ci dovessero esserci dispute dinastiche, perché poi la discussione finirebbe al solito con i partigiani di un gruppo e dell'altro che si contraddico a vicenda. Se qualcuno, supporter di qualche casa reale si dovesse sentire chiamato in causa perché rivede nei suoi gran maestri gli oggetti dei miei esempi anonimi, volesse intervenire con i soliti interventi di partigianeria è pregato di rileggere attentamente il testo, e in caso voglia ancora intervenire eseguire prima il logout dalla piattaforma
Spero seguirà un confronto costruttivo e ricco di spunti.
Caro Matt, il tuo intervento è estremamente lucido, ben articolato e pone questioni fondamentali sul tema del legittimismo, della trasmissione dei titoli e del ruolo dei capi di case già sovrane nel mondo post-monarchico. Provo a dare un contributo che tocchi i diversi livelli che hai evocato: morale, storico, filosofico e politico.
Hai colto il punto chiave:
il valore dei titoli nobiliari e dinastici risiede nel sistema giuridico che li riconosce, o almeno che li ha riconosciuti e trasmessi storicamente secondo regole documentate.
Quando lo Stato monarchico è in piedi, la legge (dinastica o civile) attribuisce a determinati soggetti
titoli per nascita, matrimonio, adozione o concessione regia. Quando questo Stato non esiste più, tutto cambia.
Nella maggior parte dei casi, l’ex sovrano o il suo erede
non conserva la pienezza dello jus majestatis, ossia della sovranità, ma solo una rappresentanza storica, affettiva, o, nei casi più fortunati, onorifica. Con ciò decade
il potere di creare titoli nuovi o sanare irregolarità passate, a meno che non si voglia cadere in una fiction privata.
Molti discendenti di case già sovrane, forse per riattivare un’identità perduta o mantenere un senso di coesione familiare, finiscono per
produrre “gesti simbolici”, come le concessioni titolari ai figli, ai cugini, ai suoceri o perfino ad amici.
Ma sono davvero simbolici? In teoria sì. In pratica, spesso
diventano atti “reali” per chi li riceve, portando a esibizioni pubbliche, sigilli, stemmi, siti ufficiali.
Questo, però, non ha nulla a che vedere con il concetto di
“continuità dinastica” in senso serio. Al contrario: come osservi giustamente, rischia di
screditare la serietà storica della famiglia stessa, facendo sembrare la linea ereditaria una serie di giochi di ruolo con carta e penna.
Un punto interessante che citi è quello degli
ordini cavallereschi: laddove riconosciuti, possono avere regole proprie per l’ammissione a categorie nobili o per la gestione delle “prove”.
Ma anche qui serve
chiarezza morale e giuridica: un conto è accettare un “difetto di prova” motivato, altro è inventarsi un titolo da zero, con il solo effetto di legittimare il novizio come “nobile” o “duca” in forza di una firma privata.
Cosa resta, dunque? Forse
la responsabilità morale di custodire una memoria, non di alimentare una fiction. Un capo di una casata già sovrana, in un mondo che non lo riconosce più come sovrano,
ha una grande opportunità: essere custode della tradizione, non costruttore di vanagloria. Il rispetto per le regole storiche, per la verità dei fatti e per la trasparenza delle origini dovrebbe essere il fondamento di ogni azione nobiliare, più ancora della pretesa legittimità.
La tua riflessione finale è esemplare: in molte dinastie esistono
titoli spettanti di diritto a determinati membri della casa, sulla base di statuti o consuetudini. Il “Principe ereditario”, il “Duca di N.” o simili. Questo ha senso
se e solo se è previsto da norme interne e coerenti, e, soprattutto, se non si usa per
costruire gerarchie arbitrarie di parenti o amici.
Hai fatto benissimo a non fare nomi, ma è evidente che molti lettori coglieranno riferimenti più o meno velati. Eppure è proprio questo lo spirito giusto:
discutere i princìpi, non le persone. Ci sarebbe moltissimo da dire anche su quanto
il revival neofeudale moderno abbia distorto l’idea stessa di nobiltà. Ma forse lo lasciamo per il prossimo post?
Forse dovremmo introdurre anche una riflessione su come gli eredi di queste grandi famiglie possono (e dovrebbero) porsi nel mondo contemporaneo, non solo in termini di
diritti storici, ma anche di
etica pubblica e coerenza intellettuale?