Nobiltà concessa o riconosciuta
Il concetto fu solarmente espresso dal Nobile Alessandro Scala su di un articolo, di giurisprudenza nobiliare pubblicato nel 1915 col titolo: "Nobiltà non è titolo ma qualità":
"La Nobilitazione è stata sempre considerata dai giureconsulti come un atto sovrano col quale si dichiara nobile chi lo è già, per la posizione sua sociale, per la serie di antenati viventi, more nobilium, per le parentele contratte, per i beni posseduti.
Il Sovrano non può creare nobili, ma dichiara ossia riconosce tali, coloro che hanno i requisiti per esserlo, e il Brevetto di Nobilitazione in questo caso, altro non era anticamente che un atto valevole a far ritenere nobile, senza contestazione, una famiglia o un individuo, perchè godesse dei privilegi spettanti al ceto nobile. Questo però nei paesi, dove non esistevano le Nobiltà municipali, cioè le distinzioni di ceto nel governo dei diversi comuni nei quali il ceto nobile costituiva un Senato vitalizio che si chiamava patriziato.
Per appartenervi conveniva provare la Nobiltà, e non già per brevetto di Principe, ma con la dimostrazione che il padre e l'avo non avevano esercitato arti manuali, ed anzi avevano occupato cariche civili o militari, vivendo more nobilium, etc..
Il volere fare della Nobiltà un titolo, come quello di Barone o di Conte, che in certi paesi era inerente al possedimento di feudi ed in altri era spesso conferito ad honorem sul cognome, è un errore grossolano, nel quale purtroppo s'incorre anche al dì d'oggi. Altro errore inerente a questo, è il conferire la Nobiltà personale, perchè chi è nobile trasmette col sangue la Nobiltà ai discendenti“.
In stretta analogia di pensiero il Conte Guelfo Guelfi Camajani, nel citato Bollettino Araldico del 01.09.1915 , ebbe ad argomentare:
"L'articolo I, della legge Toscana del 1750 dice che sono nobili quelli che hanno goduto e sono abili a godere il primo e più distinto onore delle città nobili, loro patrie".
Questo veramente si riferisce all'ascrizione ai così detti Libri d'oro, che costituiva la Nobiltà patrizia, ma anche le famiglie che non arrivarono a coprire le cariche municipali, costituivano quello che negli Stati Pontifici si chiamava cittadinanza di primo grado e che anche dai moderni legislatori é stata giustamente considerata come Nobiltà di secondo ordine, cioè non patrizia.
Siccome la Nobiltà non si può provare con attestazioni giudiziali é certo e naturale che la Nobiltà debba da solo affermarsi per mezzo dello stesso suo procedere e riunire in se quelle cause coefficenti atte a determinare in essa tale capacità quasi giuridica. Quando noi riteniamo che il conferimento della Nobiltà sia un provvedimento mancante di base e perciò erroneo perchè se la materia non esiste affatto (cioé quel complesso di attributi che costituiscono la Nobiltà) il Sovrano non può assolutamente crearlo e se questa materia determinante si è già concretata la Nobiltà esiste di fatto e si afferma e quindi il decreto di conferimento ci sembra perlomeno intempestivo e assurdo".
"La Nobilitazione è stata sempre considerata dai giureconsulti come un atto sovrano col quale si dichiara nobile chi lo è già, per la posizione sua sociale, per la serie di antenati viventi, more nobilium, per le parentele contratte, per i beni posseduti.
Il Sovrano non può creare nobili, ma dichiara ossia riconosce tali, coloro che hanno i requisiti per esserlo, e il Brevetto di Nobilitazione in questo caso, altro non era anticamente che un atto valevole a far ritenere nobile, senza contestazione, una famiglia o un individuo, perchè godesse dei privilegi spettanti al ceto nobile. Questo però nei paesi, dove non esistevano le Nobiltà municipali, cioè le distinzioni di ceto nel governo dei diversi comuni nei quali il ceto nobile costituiva un Senato vitalizio che si chiamava patriziato.
Per appartenervi conveniva provare la Nobiltà, e non già per brevetto di Principe, ma con la dimostrazione che il padre e l'avo non avevano esercitato arti manuali, ed anzi avevano occupato cariche civili o militari, vivendo more nobilium, etc..
Il volere fare della Nobiltà un titolo, come quello di Barone o di Conte, che in certi paesi era inerente al possedimento di feudi ed in altri era spesso conferito ad honorem sul cognome, è un errore grossolano, nel quale purtroppo s'incorre anche al dì d'oggi. Altro errore inerente a questo, è il conferire la Nobiltà personale, perchè chi è nobile trasmette col sangue la Nobiltà ai discendenti“.
In stretta analogia di pensiero il Conte Guelfo Guelfi Camajani, nel citato Bollettino Araldico del 01.09.1915 , ebbe ad argomentare:
"L'articolo I, della legge Toscana del 1750 dice che sono nobili quelli che hanno goduto e sono abili a godere il primo e più distinto onore delle città nobili, loro patrie".
Questo veramente si riferisce all'ascrizione ai così detti Libri d'oro, che costituiva la Nobiltà patrizia, ma anche le famiglie che non arrivarono a coprire le cariche municipali, costituivano quello che negli Stati Pontifici si chiamava cittadinanza di primo grado e che anche dai moderni legislatori é stata giustamente considerata come Nobiltà di secondo ordine, cioè non patrizia.
Siccome la Nobiltà non si può provare con attestazioni giudiziali é certo e naturale che la Nobiltà debba da solo affermarsi per mezzo dello stesso suo procedere e riunire in se quelle cause coefficenti atte a determinare in essa tale capacità quasi giuridica. Quando noi riteniamo che il conferimento della Nobiltà sia un provvedimento mancante di base e perciò erroneo perchè se la materia non esiste affatto (cioé quel complesso di attributi che costituiscono la Nobiltà) il Sovrano non può assolutamente crearlo e se questa materia determinante si è già concretata la Nobiltà esiste di fatto e si afferma e quindi il decreto di conferimento ci sembra perlomeno intempestivo e assurdo".
e mostro i denti ![dev [dev.gif]](./images/smilies/dev.gif)