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T.G.Cravarezza ha scritto:Ovviamente il tipo di "riconoscimento" dell'autorità dipende dall'epoca e dal luogo. E' ovvio che una famiglia come quella di Delahye nel IX secolo, magari un una città di recente costituzione, sarebbe stata automaticamente aggregata al consiglio delle famiglie influenti del luogo (il consiglio degli anziani) e avrebbe partecipato al governo della città (e questo, senza carte bollate, ne avrebbe fatto una famiglia nobile); ma in un'epoca più recente (dal 1400 in avanti circa, quando i ceti nobiliari si chiusero maggiormente e si predisposero legislazioni a riguardo dell'aggregazione ai vari ceti), la famiglia di Delahye necessitava di una cooptazione diretta da parte del consiglio nobiliare locale per essere definita nobile o di una nomina regia o di qualsiasi altro atto previsto dalla legislazione del luogo di residenza, senza il quale, pur possedendo tutti i requisiti, non può essere riconosciuta nobile (come Agnelli, pur possedendo tutti i requisiti, senza l'atto dello Stato, non può definirsi cavaliere del lavoro).

Delehaye ha scritto:Alessio Bruno Bedini ha scritto:Per quanto riguarda il caso della tua famiglia è indubbio che ebbe le caratteristiche per essere riconosciuta nobile.
per me e la mia famiglia: e che ADESSO riappare il riconoscimento???
chissenefrega del riconoscimento di un "sovrano" che non riesce neppure a creare nobile un principe!!!


T.G.Cravarezza ha scritto:La mia esposizione l'ho fatta negli interventi passati e non ha senso ripetermi, chi vuole conoscere il mio pensiero deve solo leggersi i passi precedenti. Comunque, in estrema sintesi:
Io non ho nessun dualismo tra nobiltà titolata e patriziale/decurionale/cittadina. Per me sono entrambe nobiltà, entrambe date da meriti e requisiti (personali, famigliari, grandi o piccoli) ed entrambe previste all'interno di una specifica legislazione, di uno specifico territorio, di una specifica epoca, predisposta da un'Autorità (sia essa il consiglio nobiliare cittadino o un Re o un ordine cavalleresco).
T.G.Cravarezza ha scritto:Quindi come il Re o il Consiglio nobiliare, "concedendo" ad una famiglia l'ammissione all'interno del ceto nobiliare locale (vuoi con un atto regio, vuoi con la semplice cooptazione nel consiglio cittadino patriziale), "riconoscono" i meriti ed i requisiti di quella famiglia degni del ceto nobiliare e utili per il governo della res pubblica, così il sovrano che "concede" un titolo nobiliare a Caio, "riconosce" i meriti ed i requisiti di Caio (e inevitabilmente della sua famiglia visto che difficilmente, soprattutto nel passato, Caio avrebbe potuto acquisire meriti così elevati nei confronti dello Stato senza avere alle spalle una famiglia sufficientemente ricca, influente e potente da permettergli di studiare e operare ad alti livelli) nei confronti dello Stato e della società, facendo sì che lui e la sua discendenza possano essere utili alla collettività continuando la gestione pubblica. In entrambi i casi si riconoscono meriti e requisiti ed in entrambi i casi si diventa nobile sempre e solo per un atto di un'Autorità che ti riconosce tali meriti e ti ammette, secondo la legislazione locale, nel ceto nobiliare (tramite un titolo o con la semplice aggregazione al ceto). Senza tale atto, tu puoi avere tutti i requisiti del mondo, ma non sei nobile (e, viceversa, come ho già portato esempi prima, tu puoi non avere tutti i requisiti, ma se il consiglio nobiliare decide che sei utile al ceto e ti coopta, perché magari la tua famiglia è ricchissima e in quel momento la città ha bisogno di fondi, tu diventi nobile, anche se magari la tua famiglia è molto più giovane di tante altre presenti in città). Anche perché l'essere nobile comporta inevitabilmente dei diritti e dei doveri e tali diritti/doveri devono essere previsti e concessi dalla legislazione locale, quindi le "autonomine" e "l'autoconvincimento" non servono a nulla senza l'intervento dell'Autorità che ti concede tali diritti/doveri: sei nobile solo quando la legislazione locale ti riconosce tale con un titolo o con l'aggregazione al ceto nobiliare locale (prima sei una persona che ha tutti i requisiti per esserlo, ma non lo sei).


T.G.Cravarezza ha scritto:Ok, abbiamo stabilito che se domani la Regina Elisabetta concedesse il titolo di principe ad un cittadino britannico, egli non sarebbe nobile (a meno che non viva more nobilium da 3 generazioni, non abbia "auto-percezione" di essere nobile....). Se la pensi così, nessun problema. Io invece ritengo che se la Regina nominasse Caio principe lo farebbe in virtù del fatto che Caio ha acquisito dei meriti tali per cui il titolo concesso è un "riconoscimento" di quei meriti e della sua "nobiltà d'animo e virtù"![]()
T.G.Cravarezza ha scritto:Così come il consiglio nobiliare cittadino che coopta una famiglia al suo interno (e quindi "concede" a quella famiglia di entrare nel ceto nobiliare cittadino) lo fa perché quella famiglia ha acquisito dei meriti ed ha dei requisiti che la rendono utile per il consiglio cittadino locale (potere, influenza, ricchezza che ovviamente difficilmente si acquisiscono in un paio di giorni ed è quindi presumibile che li detengano da qualche generazione, ma il fatto discriminante è che nel momento in cui sono cooptati tali requisiti ci sono e sono riconosciuti).


T.G.Cravarezza ha scritto:Riguardo la concessione da parte della Regina, mi pareva ovvio che la mia fosse una battuta solo intesa a far comprendere il mio concetto, non a portare un esempio pratico oggi. L'esempio lo si poteva tranquillamente trasportare al 1500.
Ad ogni modo nel forum ci è stato più volte portato l'esempio della cooptazione in consigli nobiliari cittadini di famiglie mooolto ricche, ma che non vivevano more nobilium: tale cooptazione era "riconoscimento" della nobiltà avita di quella famiglia? No, perché quella famiglia non viveva come i nobili, ma era utile al consiglio nobiliare cittadino di inserirla tra loro e così fece e quella famiglia, da quel momento, sedette nel consiglio, tra i nobili e come tale fu riconosciuta. Questo perché? Perché l'Autorità così decise. Poteva magari non piacere a tante famiglie nobili locali, ma poco importa, quella famiglia era stata ammessa nel ceto nobile.
T.G.Cravarezza ha scritto:Così come il neo-titolato dal sovrano magari non piace a chi discende da avi che ricevettero il titolo 500 anni prima, ma questo non cambia che anche il neo titolato è nobile. Perché comunque anche nel consiglio nobiliare ci furono sempre famiglie nuove e famiglie vecchie ed era normale che le famiglie nuove, per quanto possedenti tutti i requisiti richiesti, fossero viste come "novelle" rispetto agli "anziani": nulla di nuovo, accade in qualsiasi realtà. Ma nel momento della loro cooptazione e del loro ingresso, il riconoscimento/concessione vi era e tale rimaneva.
T.G.Cravarezza ha scritto:Insomma, dobbiamo dividere tra la "nobiltà di cuore" (che possiamo possedere tutti noi senza concessioni sovrane) e la nobiltà intesa come status sociale, previsto da una specifica legislazione, epoca, territorio: in quel caso è la legge che conta e pur con tutti i requisiti di questo mondo, senza il riconoscimento/concessione dell'Autorità (che può essere il sovrano come anche il consiglio nobiliare locale), non si è nobili.
T.G.Cravarezza ha scritto:Chi riceveva un titolo nobiliare entrava a far parte del ceto nobiliare. Che poi, come nuovo arrivato, potesse "piacere" meno a chi faceva parte di quel ceto da più secoli, poco importa. Così come poco importa se si era cooptati nel consiglio nobiliare cittadino perché da 5 generazioni viventi more nobilium o perché il proprio padre si era arricchito a dismisura e i propri averi avevano comprato quel seggio. Si può storcere magari il naso, si può esaltare la vera nobiltà di virtù e di cuore, ma da un punto di vista legale e sociale, entrambi appartenevano al ceto nobiliare. Ovvio che ci sono casi estremi da un lato e dall'altro, io alle volte riporto esempi eccessivi solo per far comprendere meglio il mio discorso, non vorrei che si puntualizzasse tutta l'attenzione su di essi. Anche io concordo sul fatto che il "nobile riconosceva un suo pari" e che quindi il consiglio nobiliare ammettesse quelle famiglie che possedevano quei requisiti e quelle caratteristiche che le rendevano "adatte" ad essere ammesse. Ma fino all'ammissione, non erano nobili, perché la nobiltà era uno status previsto dalla legislazione, con diritti e doveri e non era sufficiente "apparire" nobili, "bisognava esserne riconosciuti dall'Autorità ed aver ricevuto l'ammissione al ceto (con un titolo o con la cooptazione nel consiglio locale).


Alessio Bruno Bedini ha scritto:Per quanto riguarda il riconoscimento è importante il gruppo dei pari.
La nobiltà era anzitutto riconoscimento sociale prima che giurisprudenziale.
Come veniva considerata la tua famiglia dagli altri nobili?
I matrimoni avvenivano con donne nobili o no?

Alessio Bruno Bedini ha scritto:Non mi interessa il capire i motivi della concessione del titolo, del brevetto.
Mi interessa distinguere tra il brevetto e la nobiltà.
Sono due cose diverse e distinte.
Come ho già detto un brevetto non fa un nobile.
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T.G.Cravarezza ha scritto:Ho solo però precisato che senza l'atto sovrano (che non vuol dire solo la carta bollata del re, ma anche la semplice cooptazione del consiglio nobiliare locale o l'aggregazione al ceto nobiliare locale con l'ascrizione al libro d'oro cittadino), quella famiglia, per quanto possedente tutte le caratteristiche tipiche della nobiltà, non poteva dirsi nobile, anche se frequentava famiglie nobiliari, anche se ne era imparentata, anche se aveva i requisiti. Per questo io considero "riconoscimento" e "concessione" strettamente collegati, perché l'Autorità "riconosceva" i meriti e i requisiti di quella famiglia adeguati ad essere ammessa nel ceto nobiliare e "concedeva" tale ammissione (perché, se siamo obiettivi, sappiamo che nella storia ci furono famiglie che pur possedendo tutti i requisiti, non furono ammesse e questo vuol dire che non era sufficiente il "riconoscimento sociale" o il possedimento dei requisiti per potersi dire nobile e quindi il tutto dipendeva comunque sempre dall'Autorità locale che "sceglieva" e quindi "concedeva" l'ammissione.
T.G.Cravarezza ha scritto:Anche il titolato aveva un "riconoscimento sociale", perché spesso non era un Pinco Pallino uscito dal nulla, ma una persona che aveva alle spalle comunque una famiglia storica, con ricchezza, influenze, conoscenza che gli ha permesso di istruirsi e arrivare a ricoprire incarichi che lo hanno portato, grazie anche ai meriti ed alle capacità personali, a ricevere un titolo dal sovrano: anche questo è un "riconoscimento" di quello che quella persona ha fatto per lo Stato e un riconoscimento della sua posizione elevata e utile nella società (e anche della sua famiglia che gli ha permesso di arrivare fin lì) e che proseguirà con i suoi discendenti. Per questo non disgiungerei troppo tra la nobiltà titolata e quella cittadina: hanno solo differenti legislazioni alle spalle, ma comuni obiettivi e utilità sociali.


Delehaye ha scritto:Alessio Bruno Bedini ha scritto:la nobiltà di titolo (uso questo termine anche inesatto, ma solo per facilitare il comprendonio) deriva da un fons honorum del sovrano protempore che con patente "concede" la nobiltà (con un titolo) ad un tizio, che potrebbe essere anche essere l'ultimo dei tagliagole), ma il sovrano è sovrano e quindi lo può fare! che gli altri pari abbiano i dolori di pancia... stacci!
il sovrano è sovrano o un sun judice dei pari???![]()


Alessio Bruno Bedini ha scritto:Tu fai coincidere il titolo con la nobiltà: è questo che io contesto.
Questa visione forse cominciò ad avere un senso solo nel Novecento con il forte accentramento dovuto ad un processo che era iniziato nel Settecento.
Prima non era assolutamente così.

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