da aristarco » domenica 3 settembre 2006, 21:10
Correttamente ed attentamente, l'utente Pompili rammenta una discussione di alcune settimane fa, che riguardò - fra gli altri argomenti - anche la valenza dei giuspatronati nell'accertamento della nobiltà. Questo tema va approfondito, nei limiti imposti da questa sede.
E' improbabile che in secoli quali il XV o XVI, famiglie "popolari" accedessero ai giuspatronati ecclesiastici.
Il cortese Grimaldi ha, forse, presente quanto accaduto nel corso del XIX secolo e, segnatamente, dopo l'unità, quando l'emergente ceto alto-borghese, che ormai contendeva la posizione di ceto maggiorente alla nobiltà, sia in ambito rurale, sia in ambito cittadino, cominciò ad acquisire giuspatronati di famiglie nobili ormai in decadenza economica, per cessione o per lascito testamentario.
La chiesa non si oppose a questo fenomeno, ritenendo imbarazzante lo stato di forte decadenza in cui taluni patronati versavano, a seguito del progressivo disinteresse dei titolari: l'acquisizione di un patronato comportava un costo, per nulla comparabile a quello richiesto per il mantenimento. Naturalmente, non tutti i giuspatronati erano considerati alla stessa maniera: il diritto di nomina di un beneficiale (talora in solidum con altre famiglie), il possesso di una cappellania, o ancora la fondazione di un sepolcro gentilizio (spesso situato nel recinto della cappella) erano privilegi assai più ragguardevoli del diritto di nomina del priore di una confraternita, o della titolarità di decime ed altri oneri (diverso discorso per il diritto di banco, che non considero propriamente un giuspatronato stricto sensu quanto piuttosto il riconoscimento di un ruolo attivo della famiglia nell'acquisizione o nel restauro dell'arredo, spesso indipendentemente dal rango della famiglia stessa, insomma un provvedimento eminentemente gratulatorio).
In ambito rurale, soprattutto a partire dal XVII secolo, il ceto dirigente era costituito dai massari, ossia da veri e propri managers agricoli che amministravano le terre di proprietari residenti perlopiù in città e dirigevano un certo numero di coloni (spesso anche semplici giornalieri): costoro, detentori di capitali - rispetto ai contadini spossessati - , unitamente agli artigiani qualificati, sostenevano gli oneri della fabbriceria, si facevano carico di decime, dotavano le cappelle di arredi (o restauravano gli stessi). Autentici privilegi per il tempo, impensabili in città, ove - invece - la cura di ogni urgenza connessa al mantenimento della parrocchia era appannaggio delle famiglie nobili, che recepivano tali oneri come un vero e proprio indicatore del proprio stato erga omnes. Gran parte della borghesia che, successivamente, accederà alle cariche amministrative ed ecclesiastiche, spesso a scapito dell'aristocrazia, sempre meno "maggiorente" a livello economico, discende dai massari o artigiani qualificati dei secoli precedenti. Costoro acquistano i beni fondiari di famiglie nobili decadute economicamente e spesso ne acquisiscono anche i giuspatronati (cappellanie, decime, oneri, assai raramente diritti di elezione). Queste emergenti famiglie borghesi aspirano ad una legittimazione della propria ascesa sociale, come per esempio una vera e propria nobilitazione da parte del sovrano di turno, e agiscono quasi alla luce di questa prospettiva. In quest'ottica, è indubbio che l'acquisizione dei patronati ecclesiastici preesistenti o la fondazione di nuovi è recepita come una "pratica" funzionale agli obiettivi predetti, ma è al tempo stesso conferma della radicata convinzione che tali istituti fossero appannaggio dell'aristocrazia.
Ultima modifica di
aristarco il lunedì 4 settembre 2006, 22:02, modificato 2 volte in totale.