Cari amici,
grazie anzitutto per le cortesi risposte. Io credo che in casi quali quello descritto da Tomaso Giuseppe vadano utilizzati mezzi speciali di indagine.
La perdita di documenti, diciamo così, indiscutibilmente probanti, fa scaturire la necessita di ricorrere ad atti la cui bontà è spesso discutibile; tuttavia credo che a volte non si abbia i mezzi sufficienti per riconoscere la validità di un atto pubblico, ossia valutare la sua legittimità.
Ad ogni modo, Rosario tralascia un dettaglio essenziale; se D.Francesco Scoppa fosse stato presente assieme allo stesso notaio, a giudici, ufficiali e/o altri uomini rappresentanti il potere giurisdizionale e avesse con essi giurato "In Dei Nomine", apponendo la propria firma sotto l'atto, penso che a nessuno sarebbe saltato in mente di chiamarlo Barone del Campo ancora nel XVIII secolo...
Per questo bisognerebbe effettuare degli studi seri sui documenti, analisi paleografiche rigorose, valutando le circostanze nelle quali è stato redatto l'atto. Purtroppo (correggetemi se sbaglio)
non si hanno parametri di valutazione univoci, ed è questo che genera dubbi e perplessità nei profani (ma credo anche in chi fa parte degli organi preposti all'indagine storica dei documenti).
L'ufficialità non è sempre sinonimo di validità, ci dice il caro Giovanni, ma allora come intervenire in casi di palese rilevanza sociale corrispondente ad una cronica mancanza di documenti ufficiali? Quando non si hanno altri mezzi, come si può non cercare di aggirare l'ostacolo utilizzando la fonte che più abbonda negli archivi?
Un'ultima cosa: come definire
non genuini degli atti rilasciati direttamente dalla S.Sede Apostolica, come atti di attribuzione di benefici ai religiosi, nei quali venga menzionato un "D.Mario Rossi Conte di X", alla cui genealogia i propri discendenti si fossero rigorosamente riallacciati?
Resto in attesa di nuove opinioni. A presto
