L’appartenenza all’ORDINE E. del S. SEPOLCRO di GERUSALEMME
APPARIRE…. O ESSERE…
Da quando l’Ordine del S. Sepolcro ha ripreso vigore e fulgore nelle varie Diocesi d’Italia, ma direi del mondo, non è raro sentirsi domandare, con frasi a volte allusive a volte più esplicite, se la nostra appartenenza all’Ordine non sia solo un evento di appariscenza, piuttosto che una militanza convinta e finalizzata.
E il più delle volte tali domande vengono proprio da alcuni sacerdoti, molto spesso legati all’efficienza del fare, piuttosto che alla forma dell’intervenire.
Ovviamente, c’è chi ci passa su con superficialità, e chi, invece e come me, si è soffermato a riflettere per dare innanzitutto a se stesso e poi agli interlocutori una idonea e convincente risposta.
Io credo che il buon cavaliere deve essere animato da una duplice convinzione: la chiamata all’Ordine deve avere valenze non occasionali o di comodo; la risposta e l’adesione all’Ordine deve avere motivazioni personali profonde, sincere e soprattutto proficue. Se queste condizioni ricorrono, l’appartenenza all’Ordine diventa essenza e non apparenza.
E la modalità dell’essere cavaliere è duplice: una personale ed intima; l’altra comunitaria e sociale.
a) La prima: essere cavaliere oggi, in un periodo in cui il tradizionalismo mentre viene sconfessato da alcuni (sulla spinta post conciliare) e valorizzato da altri, trova la sua giustificazione nel credere che esistono valori indefettibili, che restano vivi nei secoli, checché succeda intorno.
1.- Il cavaliere fonda la sua essenza innanzitutto ed essenzialmente sulla fede.
Continua è la minaccia di invalidare le fondamenta stesse della nostra fede e della nostra storia cristiana, a volte partendo proprio dall’istituzione del Cavalierato Gerosolimitano.
Mi sono note le assurde, false e speculative teorie di Dan Brown e del suo Codice da Vinci; come quelle sul Santo Graal; sui Templari; sul Priorato di Sion e quant’altro in termini di infestazioni e manipolazioni massoniche e settarie.
Se oggi un Cavaliere entra nell’Ordine ha il sacrosanto ed unico dovere di esprimere così la sua vera fede in Cristo Signore, unigenito figlio di Dio e della Vergine Maria, morto e risorto per la nostra Redenzione, in intima unione con la Chiesa ed il Papa di Roma. Non solo, ma deve combattere con tutte le armi, che il Signore gli pone a disposizione (secondo i propri carismi), per difendere questa Fede ed il Vangelo di Santa Romana Chiesa, che la esprime e la comunica.
2.- Il cavaliere fonda la sua essenza sulla speranza della redenzione sua e dell’intera comunità universale.
3.- Il cavaliere fonda la sua essenza sulla carità e l’amore fraterno per il prossimo, a partire da quello più… prossimo fino a quello più lontano, passando attraverso la custodia prioritaria dei Luoghi Santi. Da dove, solo per volontà e grazia di Dio nostro Padre, è partita la Rivelazione e dove si è concretizzata la Redenzione.
b) La seconda: la partecipazione di tali convinzioni alla comunità ed alla società.
Qui il rischio dell’apparenza è più forte. Il mostrarsi agli altri per ciò che si è nell’intimo, è sano, salutare, consigliabile; mostrarsi per ciò che si è solo in apparenza (un tempo con cappa e spada; ora con mantello e decorazioni) è deleterio, falso, desecrabile. Il cavaliere ha il dovere di tradurre in opere, e partendo dalla sua comunità, lo spirito di fede di speranza e di carità, in cui crede e di cui deve essere permeata la sua adesione all’Ordine, come appena detto. Non ci si può esimere dal vivere, ma anche dal manifestare, predicare, divulgare il credo agli altri. Non si può omettere di essere cioè apostoli del vangelo, infervorati da quel ricordo della tradizione in uno alla spinta dell’urgenza dell’intervento nella quotidianità, dell’oggi.
In altre occasioni ho avuto modo di precisare quanto io personalmente sia contrario al semplice solidarismo, caratteristico di questi nostri tempi, pervasi di gnosticismo e di falsità, in cui si fa del bene agli altri (per es. nelle ONG), per scopi e motivazioni fini a se stessi.
Il seguace di Cristo, e tanto più il cavaliere di Cristo, non opera così, perché prima di tutto ha da essere buono dentro, spinto dalla carità, che, per semplice moda odierna, a volte, si confonde e si traduce con il termine solidarietà. L’essere determinato a beneficare il bisognoso, non è frutto solo della sua spinta interiore, della sua gratificazione nell’essere altruista; ma è conseguenza di una scelta di fede, perché nel volto del fratello bisognoso, io vedo il volto santo di Cristo, che mi ha dato l’unica legge possibile: quella dell’amore.
Ma il cavaliere ha anche l’onere, come dicevo, di manifestarsi agli altri per ciò che è; ha da testimoniare il suo credo. Io penso che non è affatto facile, per chi è spinto da tali motivazioni di appartenenza, mostrarsi agli altri con mantello e croce al petto.
Certo, per chi vuole apparire, la cosa ha anche il suo … fascino.
Ma per chi è, il portare con onore e dignità per quel Sacro e benedetto Mantello e quei Sacri e benedetti Simboli della Passione e delle Piaghe di Cristo nostro Signore, costituisce motivo di testimonianza e di impegno ad essere in ogni occasione Cavaliere, non solo nelle celebrazioni e nelle processioni. Altrimenti, non avrebbe nessun senso la circostanza che le spoglie mortali del nostro Beato Bartolo Longo siano state rivestite del Mantello e delle Insegne del nostro Ordine! Certo non da quelli è dipesa la sua Santità, ma comunque oggi sono il segno che di lì egli ha tratto forza, sostegno, spinta, essenza, per operare così come ha fatto e per guadagnarsi non solo il premio promessogli dalla Vergine Santa dell’eterna gioia, ma anche per essere a noi testimone e persino valido intercessore, per le nostre necessità quotidiane spirituali e materiali.
Concludendo penso che tanti sicuramente pensano che entrare nell’Ordine sia motivo di vanto, di onore umano, e quindi possono essere spinti dall’apparenza. Ma per i più, e voglio fermamente crederlo per non rimanere deluso, l’appartenenza all’Ordine è un mezzo in più che il Signore, per Sua Grazia, ci concede, per essere, o meglio per tendere ad essere un suo fedele seguace, suo milite, pronto a dare la vita per la Chiesa e primieramente per la Terra Santa, ove la stessa è nata.
Per questo siamo e vogliamo essere custodi di quel S. Sepolcro, che non è solo quello materialmente noto in Gerusalemme, ma è anche e principalmente il nostro cuore, che Cristo, concedendoci di partecipare alla Cena Eucaristica, rende suo inalienabile ed intoccabile Tempio Santo.
Comm. Raffaele Preziuso
http://www.ordinesantosepolcro.org/articoli/23.asp

