Chi o cos'e un Cavaliere?

Per discutere sugli ordini cavallereschi e le onorificenze/ Discussions on orders of chivalry and honours

Moderatori: Novelli, Lambertini, Mario Volpe, Tilius, nicolad72

Messaggioda RobertoC » sabato 29 ottobre 2005, 15:38

Gli ultimi interventi, che si fanno decisamente apprezzare per il pathos raggiunto, e che sono anche in parte condivisibili, mi sembra che allarghino un po’ troppo il problema.
A certo vanto degli intervenuti va l’indubbio merito d’avere sollevato delle questioni molto profonde (lo spirito di servizio e di sacrificio come fonte del nuovo fenomeno cavalleresco; la nobiltà come problema d’élite), che varrà la pena di tenere a mente; tuttavia vorrei richiamare l’attenzione sulla questione nodale.

Ci sono due correnti in campo: una che sostiene che la Cavalleria (uso la maiuscola iniziale per distinguere l’oggetto del ragionamento) altro non sia dall’ideale cavalleresco; un’altra che replica che essa è storicamente un fenomeno militare funzionale all’esercizio del potere.

Certamente non si nega –io non nego- che in quel millennio abbondante che sommariamente definiamo “Medioevo” vi sia stata una propensione generale verso il trascendente. Pur senza volersi conformare alle ispirate pagine di Régine Pernaud, dobbiamo senz’altro accettare l’idea che il nostro metodo di studio debba essere calibrato alla temperie culturale e sociale del periodo in esame. Ma dal qui ad escludere l’interesse da quel complesso di meccanismi determinanti le azioni dei professionisti della guerra, nel periodo in esame, ce ne corre.

La Cavalleria (ri)nasce come fenomeno strettamente militare, e subisce un processo di ridefinizione dei suoi contorni proprio grazie ai Carolingi che, memori dell’uso dei cavalli che facevano i c.d. barbari, accelerano il processo di formazione di un corpo militare estremamente qualificato ed aristocratizzato. In Italia questo processo vedrà il culmine con la penetrazione angioina, quando Carlo I re-infeuderà parte del patrimonio feudale ai fedelissimi cavalieri francesi, che avevano del resto determinato la sconfitta di Manfredi. Sul punto mi piace richiamare il noto libro di Cardini sulla cavalleria medievale.

Dubito, molto, quindi, che il Cavaliere sia solo (od anche semplicemente) lo strenuo difensore del contado; così come dubito che il cavalierato costituisca pel contadino l’emancipazione dal duro lavoro della terra. Esercitare questo mestiere aveva un costo altissimo, non di rado proibitivo: si doveva avere e mantenere un destriero, si dovevano sostenere le spese di difesa (la stessa cotta, che poi si tramuterà come una crisalide in corazza da torneo o da parata, quale la osserviamo in certe stupende tele rinascimentali) e di offesa. L’unico strumento per “ammortizzare” i costi dell’impresa era appunto il bottino, che quindi non aveva quella connotazione negativa che ne abbiamo noi oggi, ma che era piuttosto la “logica” e coerente soddisfazione, cui si aggiungeva il “premio”. In questo senso rimando al mio breve inciso sul rapporto tra osservatore e fenomeno osservato.

Ecco, in questi termini mi sembra che il problema riprende la sua più corretta luce storica, che di per sé nulla toglie al c.d. “ideale cavalleresco”, che era chiamato a costituire quel sostrato ideologico dei professionisti delle armi, ma che non coincide col fenomeno stesso.

Cordialmente.
Roberto Celentano
RobertoC
 

Messaggioda michele d'arasmo » martedì 1 novembre 2005, 1:34

Il cavaliere difendendo il contado assolveva il proprio compito verso il proprio signore o sovrano, garantiva i suoi beni e il proprio benessere garantendo i beni e il benessere dei suoi sottoposti.
Giustamente si sottolinea l'onerosità del mantenere il proprio status, e stiamo parlando di secoli dove il costo della vita era molto alto. Ma oggi non è cambiato molto. Le nuove elite per mantenere il proprio (oneroso) status debbono curare le proprie attività, facendole prosperare, investendo continuamente in esse.

SI parla di Cavalleria come espressione di buoni e rispettabili sentimenti, che per fortuna sono presenti anche nel mondo che ci circonda.
Ma se parliamo di Cavalleria come gruppo dirigente, come elemento decisivo della società, allora il discorso deve essere rivisto.
Certo, la società antica aveva forti connotazioni religiose e sicuramente ogni azione, ogni pensiero teneva conto di questo. Il timore di dio, il ricondurre a lui ogni evento (positivo o negativo) incomprensibile, il forte controllo da parte della chiesa, contribuiva alla stabilità e alla crescita sociale, garantiva l'adesione dei più agli ordinamenti vigenti e frenava i possibili eccessi di chi gestiva la cosa pubblica.

Come ricorda Celentano, quasi mio concittadino, originariamente l'unica forma di ammortamento possibile era il "bottino" strappato al nemico. I nemici certamente non mancavano, ovviamente si poteva vincere ma si poteva anche perdere. Ma finita l'anarchia altomedioevale, con la rinascita della legge, i cavalieri da uomini di guerra si trasformarono anche in amministratori, organizzatori, imprenditori agricoli (mi si conceda questo termine). Quindi da una economia di pura sussistenza e destinata all'autoconsumo si passò ad una economia che prevedeva lo scambio delle eccedenze (quando c'erano, dato che la terra non sempre produceva quanto desiderato) e allo sfruttamento delle risorse diverse dai beni prodotti dalla terra (rinascita dell'artigianato).

Quel mondo è scomparso non per una presunta cattiveria degli uomini, ma per i cambiamenti intervenuti e conseguenza anche delle azioni di quegli uomini.
Se per Cavalleria intendiamo solo una somma di buoni valori e sentimenti, allora la Cavalleria è viva e vegeta, ampliatasi pure numericamente.
Se si intende invece come gruppo umano in prima fila, con capacità decisionale, le cui scelte possono influire sulla vita di comunità più o meno estese, allora il discorso diventa più complesso (ma anche interessante).
michdaras
michele d'arasmo
 
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Messaggioda RobertoC » giovedì 30 marzo 2006, 19:35

Come ogni ragionamento, anche lo scambio d'opinioni tra collocutori su un tema tanto delicato può indulgere, ed è giusto che indulga, ad aspetti più ampi del problema centrale.
Del resto, ognun sa che il bello del ragionare è per l'appunto il ri-costruire insieme un percorso condiviso di conoscenza.
Personalmente sarò lietissimo di leggere le sue personali considerazioni nel merito.
Roberto Celentano
RobertoC
 

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » giovedì 30 marzo 2006, 19:45

Mi rendo conto che scrivendo è molto più difficile farsi capire rispetto al parlare viso a viso.

In realtà questa discussione da me innescata non voleva essere su "cosa era un cavaliere" ma piuttosto su "cosa sarebbe dovuto essere o su cosa dovrebbe essere un cavaliere".

E' naturale dunque che siamo più in un campo di idealità che in un campo storico.

Che ci volete fare! Io sono uno di quelli che ancora crede negli ideali cortesi e cavallereschi. :wink:
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Messaggioda Messanensis » sabato 1 aprile 2006, 17:17

In ogni caso per chiarirci le idee può essere utile visitare i seguenti siti:

http://www.cnicg.net/osserv.asp

http://www.icocregister.org/2001elenco.htm

Cordiali saluti,
Rosario
Rosario Basile

Ogni erba si conosce per lo seme.
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