Gli ultimi interventi, che si fanno decisamente apprezzare per il pathos raggiunto, e che sono anche in parte condivisibili, mi sembra che allarghino un po’ troppo il problema.
A certo vanto degli intervenuti va l’indubbio merito d’avere sollevato delle questioni molto profonde (lo spirito di servizio e di sacrificio come fonte del nuovo fenomeno cavalleresco; la nobiltà come problema d’élite), che varrà la pena di tenere a mente; tuttavia vorrei richiamare l’attenzione sulla questione nodale.
Ci sono due correnti in campo: una che sostiene che la Cavalleria (uso la maiuscola iniziale per distinguere l’oggetto del ragionamento) altro non sia dall’ideale cavalleresco; un’altra che replica che essa è storicamente un fenomeno militare funzionale all’esercizio del potere.
Certamente non si nega –io non nego- che in quel millennio abbondante che sommariamente definiamo “Medioevo” vi sia stata una propensione generale verso il trascendente. Pur senza volersi conformare alle ispirate pagine di Régine Pernaud, dobbiamo senz’altro accettare l’idea che il nostro metodo di studio debba essere calibrato alla temperie culturale e sociale del periodo in esame. Ma dal qui ad escludere l’interesse da quel complesso di meccanismi determinanti le azioni dei professionisti della guerra, nel periodo in esame, ce ne corre.
La Cavalleria (ri)nasce come fenomeno strettamente militare, e subisce un processo di ridefinizione dei suoi contorni proprio grazie ai Carolingi che, memori dell’uso dei cavalli che facevano i c.d. barbari, accelerano il processo di formazione di un corpo militare estremamente qualificato ed aristocratizzato. In Italia questo processo vedrà il culmine con la penetrazione angioina, quando Carlo I re-infeuderà parte del patrimonio feudale ai fedelissimi cavalieri francesi, che avevano del resto determinato la sconfitta di Manfredi. Sul punto mi piace richiamare il noto libro di Cardini sulla cavalleria medievale.
Dubito, molto, quindi, che il Cavaliere sia solo (od anche semplicemente) lo strenuo difensore del contado; così come dubito che il cavalierato costituisca pel contadino l’emancipazione dal duro lavoro della terra. Esercitare questo mestiere aveva un costo altissimo, non di rado proibitivo: si doveva avere e mantenere un destriero, si dovevano sostenere le spese di difesa (la stessa cotta, che poi si tramuterà come una crisalide in corazza da torneo o da parata, quale la osserviamo in certe stupende tele rinascimentali) e di offesa. L’unico strumento per “ammortizzare” i costi dell’impresa era appunto il bottino, che quindi non aveva quella connotazione negativa che ne abbiamo noi oggi, ma che era piuttosto la “logica” e coerente soddisfazione, cui si aggiungeva il “premio”. In questo senso rimando al mio breve inciso sul rapporto tra osservatore e fenomeno osservato.
Ecco, in questi termini mi sembra che il problema riprende la sua più corretta luce storica, che di per sé nulla toglie al c.d. “ideale cavalleresco”, che era chiamato a costituire quel sostrato ideologico dei professionisti delle armi, ma che non coincide col fenomeno stesso.
Cordialmente.
Roberto Celentano


