da Alessio Bruno Bedini » giovedì 5 febbraio 2026, 21:13
Cari amici, è proprio in ambito cavalleresco che il tema dei biglietti da visita genera più equivoci, spesso non per vanità, ma per assenza di criteri condivisi.
Provo quindi a richiamare alcuni casi-limite frequenti.
1. Il cavaliere con ruolo professionale “forte”
(Esempio: dirigente pubblico, ufficiale superiore, professionista affermato)
Errore frequente: utilizzare un unico biglietto che cumuli qualifica professionale, grado militare, onorificenze statali e ordine cavalleresco.
Nel 2026 questo approccio appare superato.
La soluzione corretta è la separazione netta:
- biglietto professionale pulito, privo di riferimenti cavallereschi;
- biglietto di rappresentanza relazionale per i contesti cavallereschi.
Esempio corretto (ambito cavalleresco):
GIANNI VERDI
CAVALIERE DELL’ORDINE …
Email
In questo caso il ruolo professionale non viene negato: semplicemente non è pertinente.
2. Il cavaliere con carica all’interno dell’Ordine
(Esempio: delegato, membro di consiglio, ufficiale di sezione)
Qui si entra in una zona più delicata.
A mio avviso è legittimo indicare la carica, ma solo quando il biglietto è usato all’interno o in relazione diretta all’Ordine.
Può essere indicata la carica anche quando questa è attuale e realmente operativa.
Esempio ammissibile:
GIANNI VERDI
CAVALIERE …
DELEGATO DI SEZIONE
Email istituzionale
Eviterei fortemente sia l’uso sistematico di questo biglietto in contesti esterni sia la permanenza della carica sul biglietto una volta cessata.
Il biglietto non è una lapide, ma uno strumento vivo.
3. Il cavaliere appartenente a più ordini
Caso purtroppo sempre più frequente.
Qui la regola dovrebbe essere semplice ma ferma: un biglietto, un contesto.
È sconsigliabile elencare più ordini sullo stesso biglietto oppure creare gerarchie implicite o cumulative.
La soluzione elegante è scegliere l’ordine pertinente al contesto.
Una buona soluzione è anche quella di imitarsi al solo nome e cognome, lasciando parlare la relazione personale.
In certi casi, il biglietto personale (solo nome) è la scelta più raffinata.
4. Il cavaliere giovane o di recente nomina
Altro caso sensibile.
Il rischio non è l’indicazione dell’ordine, ma l’uso esclusivo e anticipato di un biglietto cavalleresco in contesti non ancora consolidati.
A un mio amico suggerirei di attendere che l’appartenenza trovi una sua naturale collocazione relazionale.
Oppure anche di usare inizialmente il biglietto personale o privato.
Il biglietto cavalleresco non è una dichiarazione identitaria assoluta, ma un linguaggio di relazione.
Ecco forse questo è il punto centrale di tutto il discorso.
Nel 2026 dovremmo accettare serenamente che non ogni relazione è cavalleresca e anche che non ogni incontro richiede di “dire tutto”.
In molti contesti culturali, istituzionali o sociali, il biglietto più appropriato resta quello personale o, al massimo, quello privato.
La discrezione non sminuisce l’appartenenza: la qualifica, quando è solida, non ha bisogno di essere sempre esibita.
Forse il vero discrimine, nel 2026, non è più tra chi può indicare un ordine cavalleresco sul biglietto e chi non può (come diceva Nicola tanti anni fa), ma tra chi ne ha bisogno per essere riconosciuto e chi, invece, viene riconosciuto anche senza dirlo.
Il biglietto da visita, in fondo, non serve a proclamare un’identità, ma serve a mettere ordine nei rapporti.
Quando diventa una dichiarazione di status permanente, ha già smesso di funzionare.
