La carica di abate e i ceti ereditari nel Massimario SMOM

Per discutere sugli ordini cavallereschi e le onorificenze/ Discussions on orders of chivalry and honours

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La carica di abate e i ceti ereditari nel Massimario SMOM

Messaggioda FP » giovedì 11 aprile 2019, 22:04

Nel Massimario nobiliare del SMOM vi sono due passaggi che sto cercando di interpretare e che vorrei sottoporre anche ad esperti presenti nel forum.

1) Norme per la ricezione 2012, paragrafo 5, massima 21, in nota, si raccomanda la consultazione di C. A. Bertini Frassoni, La nobiltà nello Stato Pontificio, Roma, 1933, nella quale opera il compianto conte enumera una serie di città e terre dello Stato Ecclesiastico nelle quali, secondo i suoi studi, era presente una separazione dei ceti e, per sua stessa ammissione, l'elenco non è completo.
La mia domanda è: è dunque questa nota una parziale apertura verso il riconoscimento della nobiltà delle famiglie appartenenti agli antichi ceti di reggimento delle città e delle terre pontificie che non furono mai esplicitamente riconosciute dal sovrano pontefice?

2) Op. cit., paragrafo 7, massima 32: "Nei Regni di Napoli e Sicilia prima dell'abolizione della feudalità erano nobilitanti le seguenti cariche: ... g) La dignità di Vescovo residenziale (per i nipoti)."
La seconda e ultima domanda è: poiché questa massima fa esplicito riferimento alla feudalità e quindi alla qualità di feudatario del Vescovo prima dell'abolizione di essa, può considerarsi prova di nobiltà, per i nipoti, anche la carica di Abate, qualora si dimostri che questo era un feudatario e poteva a sua volta concedere feudi al pari di un Vescovo?

Ringrazio sin d'ora per l'attenzione e le cortesi risposte che vorranno seguire.
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Re: La carica di abate e i ceti ereditari nel Massimario SMO

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » venerdì 12 aprile 2019, 9:15

FP ha scritto:Nel Massimario nobiliare del SMOM vi sono due passaggi che sto cercando di interpretare e che vorrei sottoporre anche ad esperti presenti nel forum.

1) Norme per la ricezione 2012, paragrafo 5, massima 21, in nota, si raccomanda la consultazione di C. A. Bertini Frassoni, La nobiltà nello Stato Pontificio, Roma, 1933, nella quale opera il compianto conte enumera una serie di città e terre dello Stato Ecclesiastico nelle quali, secondo i suoi studi, era presente una separazione dei ceti e, per sua stessa ammissione, l'elenco non è completo.
La mia domanda è: è dunque questa nota una parziale apertura verso il riconoscimento della nobiltà delle famiglie appartenenti agli antichi ceti di reggimento delle città e delle terre pontificie che non furono mai esplicitamente riconosciute dal sovrano pontefice?

2) Op. cit., paragrafo 7, massima 32: "Nei Regni di Napoli e Sicilia prima dell'abolizione della feudalità erano nobilitanti le seguenti cariche: ... g) La dignità di Vescovo residenziale (per i nipoti)."
La seconda e ultima domanda è: poiché questa massima fa esplicito riferimento alla feudalità e quindi alla qualità di feudatario del Vescovo prima dell'abolizione di essa, può considerarsi prova di nobiltà, per i nipoti, anche la carica di Abate, qualora si dimostri che questo era un feudatario e poteva a sua volta concedere feudi al pari di un Vescovo?

Ringrazio sin d'ora per l'attenzione e le cortesi risposte che vorranno seguire.


Lo SMOM è un ordine millenario e, seppure ogni caso vada valutato a se stante, è possibile anche far leva su una certa tradizione.
Durante l'età moderna un elemento molto importante per il riconoscimento della storia di una famiglia era l'aver ricoperto cariche destinate ai soli nobili.
Ciò serviva a confermare la separazione dei ceti anche in famiglie che vivevano in terre infeudate, le quali, naturalmente, poi non furono riconosciute come fonte di nobiltà civica dal Pontefice e, più tardi, dal Regno d'Italia.
La questione sarebbe molto lunga da trattare, anche con molti esempi, ma dunque si può affermare che in passato furono accolte anche famiglie che vivevano in terre infeudate, sulla base della loro storia.
Ugualmente per i vescovi o abati occorre guardare la storia di famiglia: cosa hanno fatto per i nipoti? Hanno concesso cariche, onori, terre? Non hanno fatto nulla e i nipoti erano poveri?

Quello che conta, dunque, è la storia documentata e più ce ne è, meglio è.
Non è una semplice questione matematica 3+2=5 :)
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Re: La carica di abate e i ceti ereditari nel Massimario SMO

Messaggioda FP » venerdì 12 aprile 2019, 9:44

Alessio Bruno Bedini ha scritto:Lo SMOM è un ordine millenario e, seppure ogni caso vada valutato a se stante, è possibile anche far leva su una certa tradizione.
Durante l'età moderna un elemento molto importante per il riconoscimento della storia di una famiglia era l'aver ricoperto cariche destinate ai soli nobili.
Ciò serviva a confermare la separazione dei ceti anche in famiglie che vivevano in terre infeudate, le quali, naturalmente, poi non furono riconosciute come fonte di nobiltà civica dal Pontefice e, più tardi, dal Regno d'Italia.
La questione sarebbe molto lunga da trattare, anche con molti esempi, ma dunque si può affermare che in passato furono accolte anche famiglie che vivevano in terre infeudate, sulla base della loro storia.
Ugualmente per i vescovi o abati occorre guardare la storia di famiglia: cosa hanno fatto per i nipoti? Hanno concesso cariche, onori, terre? Non hanno fatto nulla e i nipoti erano poveri?

Quello che conta, dunque, è la storia documentata e più ce ne è, meglio è.
Non è una semplice questione matematica 3+2=5 :)

Ti ringrazio Alessio come sempre del tuo contributo, ma più che una interpretazione, per così dire, poetica e filosofica, volevo una pragmatica trattazione di livello giuridico, per il fatto che ho citato sic et simpliciter quelle che sono le massime attuali per la ricezione riportate nel Massimario ;)
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Re: La carica di abate e i ceti ereditari nel Massimario SMO

Messaggioda RFVS » venerdì 12 aprile 2019, 9:47

FP ha scritto:Nel Massimario nobiliare del SMOM vi sono due passaggi che sto cercando di interpretare e che vorrei sottoporre anche ad esperti presenti nel forum.

In linea di massima concordo con Antonio, pur non conoscendo io bene la materia cavalleresca.

1) Norme per la ricezione 2012, paragrafo 5, massima 21, in nota, si raccomanda la consultazione di C. A. Bertini Frassoni, La nobiltà nello Stato Pontificio, Roma, 1933, nella quale opera il compianto conte enumera una serie di città e terre dello Stato Ecclesiastico nelle quali, secondo i suoi studi, era presente una separazione dei ceti e, per sua stessa ammissione, l'elenco non è completo.
La mia domanda è: è dunque questa nota una parziale apertura verso il riconoscimento della nobiltà delle famiglie appartenenti agli antichi ceti di reggimento delle città e delle terre pontificie che non furono mai esplicitamente riconosciute dal sovrano pontefice?

Innanzitutto permettetemi di ribadire quanto sarebbe necessario prendere ad esempio anche gli studi, essenziali per la materia, di Bandino Giacomo Zenobi. Altrimenti sembra che sia esistito solo Bertini Frassoni. Ma anche no! Senza le ricerche d'archivio svolte in mezzo Stato Pontificio dello Zenobi saremmo sempre al livello della Consulta Araldica del Regno: nel totale mare aperto!
Per venire al quesito di Francesco: sì, lo è. Ma occhio al discorso del pontefice perchè non sempre e non per forza egli doveva riconoscere una situazione per ufficializzarla. Nella vita quotidiana dello Stato Pontificio del tempo erano tutte "riconosciute" automaticamente perchè era questione dipendente solo dal volere dell'amministrazione locale. L'eventuale riconoscimento poteva avvenire in seguito e spesso su esplicita richiesta dell'amministrazione, o per via di "agganci" col governo centrale.
Del resto basta analizzare le politiche matrimoniali (o le eventuali richieste di aggregazione a città e terre limitrofe) delle famiglie che in una data terra con amministrazione oligarchica erano parte del primo ceto per capire se lo status di dette famiglie fosse pacificamente considerato valido anche nelle terre e città limitrofe.
Potrei fare esempi a iosa per le Marche.
Ecco perchè parlerei di mancato riconoscimento solo rivolgendomi al Regno d'Italia chem, come purtroppo ben sappiamo, se ne è lavato le mani (e in qualche misura posso anche capirlo, vista la difficoltà, la vastità e la peculiarità dell'argomento).


2) Op. cit., paragrafo 7, massima 32: "Nei Regni di Napoli e Sicilia prima dell'abolizione della feudalità erano nobilitanti le seguenti cariche: ... g) La dignità di Vescovo residenziale (per i nipoti)."
La seconda e ultima domanda è: poiché questa massima fa esplicito riferimento alla feudalità e quindi alla qualità di feudatario del Vescovo prima dell'abolizione di essa, può considerarsi prova di nobiltà, per i nipoti, anche la carica di Abate, qualora si dimostri che questo era un feudatario e poteva a sua volta concedere feudi al pari di un Vescovo?

Su questo argomento inalbero bandiera bianca. Non ne so niente.

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Re: La carica di abate e i ceti ereditari nel Massimario SMO

Messaggioda FP » venerdì 12 aprile 2019, 9:59

In linea di massima concordo con Antonio, pur non conoscendo io bene la materia cavalleresca.

Scusa Riccardo, chi intendi per Antonio e qual è il suo pensiero al riguardo?

Innanzitutto permettetemi di ribadire quanto sarebbe necessario prendere ad esempio anche gli studi, essenziali per la materia, di Bandino Giacomo Zenobi. Altrimenti sembra che sia esistito solo Bertini Frassoni. Ma anche no! Senza le ricerche d'archivio svolte in mezzo Stato Pontificio dello Zenobi saremmo sempre al livello della Consulta Araldica del Regno: nel totale mare aperto!
Per venire al quesito di Francesco: sì, lo è. Ma occhio al discorso del pontefice perchè non sempre e non per forza egli doveva riconoscere una situazione per ufficializzarla. Nella vita quotidiana dello Stato Pontificio del tempo erano tutte "riconosciute" automaticamente perchè era questione dipendente solo dal volere dell'amministrazione locale. L'eventuale riconoscimento poteva avvenire in seguito e spesso su esplicita richiesta dell'amministrazione, o per via di "agganci" col governo centrale.
Del resto basta analizzare le politiche matrimoniali (o le eventuali richieste di aggregazione a città e terre limitrofe) delle famiglie che in una data terra con amministrazione oligarchica erano parte del primo ceto per capire se lo status di dette famiglie fosse pacificamente considerato valido anche nelle terre e città limitrofe.
Potrei fare esempi a iosa per le Marche.
Ecco perchè parlerei di mancato riconoscimento solo rivolgendomi al Regno d'Italia chem, come purtroppo ben sappiamo, se ne è lavato le mani (e in qualche misura posso anche capirlo, vista la difficoltà, la vastità e la peculiarità dell'argomento).


Come al solito fai un'analisi lucida, pulita, coerente coi nostri annosi e faticosi studi, soprattutto archivistici. Sono stato, l'estate scorsa, anche alla Valletta, a studiare un processo nobiliare del Seicento nel quale, senza problemi di sorta, si riconosceva a Giuseppe Carelli la nobiltà di Montelparo, oggi come allora semplice terra dello Stato Ecclesiastico mai riconosciuta direttamente dalla Santa Sede, ma dotata di reggimento patriziale e, come al solito, pacificamente riconosciuta, sia dallo Stato che dal SMOM di allora.
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Re: La carica di abate e i ceti ereditari nel Massimario SMO

Messaggioda Alessio Bruno Bedini » venerdì 12 aprile 2019, 10:34

Nel Regno d'Italia un certo tipo di riconoscimento era meccanico: la tua famiglia era nobile di X, allora sei nobile. Se invece era nobile di Y allora non sei nobile.
Nel SMOM i processi sono da sempre molto più complessi e vengono prese a riferimento tante variabili.
Nel 1631 ad esempio venne redatto un questionario con 22 domande che i commissari dovevano rivolgere ai testimoni e che dovevano poi essere provate con i documenti.
Ancora oggi le variabili sono molte e ogni caso va valutato singolarmente.
Infatti non esiste un "processo automatico" di ingresso in determinate categorie ma per ogni persona occorre farne uno.
Anche per chi ha parenti o avi in categorie nobiliari, seppure questi candidati avranno proprio in virtù di tali parentele una corsia preferenziale.
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