"Del denaro o della gloria" di Laura Lepri

Discussioni ed informazioni sui tutti i testi che si possono reperire di araldica, genealogia, storia di famiglia, ordini cavallereschi e sistemi premiali / Discussions and information regarding all available texts on heraldry, genealogy, family history, orders of chivalry and systems of merit

Moderatori: Antonio Pompili, Alessio Bruno Bedini

"Del denaro o della gloria" di Laura Lepri

Messaggioda GENS VALERIA » giovedì 26 settembre 2013, 9:59

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Venezia, primo Cinquecento. A pochi decenni dalla rivoluzione di Gutenberg, la città è una stamperia a cielo aperto. Mentre il numero di librai e tipografi è in euforico aumento - la concorrenza si fa feroce e i torchi macinano pagine senza tregua -, si affaccia con urgenza sulla scena il problema della qualità dei testi. Per garantire l'"onore" dei libri pubblicati, gli stampatori si circondano di un fitto pulviscolo di collaboratori: chierici e laici che correggono, limano, "bulinano" scrupolosamente i testi da editare. Vengono detti, appunto, "correttori": oggi si chiamano redattori, editor.
Fra tutti spicca Giovan Francesco Valier.

Mondadori € 19


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Vita, gloria e morte di Giovan Francesco Valier.

di Sergio de Mitri Valier

Le convenzioni dell'epoca , ma soprattutto le leggi non consentivano che i patrizi veneziani nati al di fuori del matrimonio fossero registrati all'Avogaria di Comun ma avviati alla Mercatura oppure “incoraggiati”, in giovane età, ad intraprendere la carriera ecclesiastica . Giovan Francesco Valier figlio di Carlo, di Girolamo, di Ottaviano apparteneva ad una delle più antiche e prestigiose casade di Venezia , Il padre Carlo era sposato con Lucrezia Contarini vedova Morosini la quale non riuscì a darle un figlio maschio, Giovan Francesco probabilmente fu concepito da una servetta ma riconosciuto dal padre. Nel 1505 prese i voti e fu un chierico-quasi bambino, ma sapevo dove voleva arrivare ed in pochi anni divenne segretario del potente cardinale Dovizi di Bibbiene e fu chiamato alla corte pontificia.
Se non fosse diventato un personaggio geniale, colto, erudito, un grande del mondo letterario della sua epoca , sarebbe stato un classico figlio di buona famiglia allegro compagnone, sciagurato dilapidatore, scapestrato attore di mille bravate,sottoprodotto della cultura senza tempo del godimento e della bella vita.
Amava collezionare rarità, circondarsi di cose belle di preziosi cimeli dell'antichità , monete , orologi intarsiati, dipinti.
Prima dell'incarico romano Giovan Andrea ebbe l'opportunità di recarsi spesso a Mantova frequentando il marchese di Mantova, prendendo quindi confidenza con il bel mondo.
Ricoprì delicati incarichi facendo la spola tra Gonzaga e la Serenissima, approfondì gli studi umanistiche ed incominciò a cimentarsi con la narrazione novellistica, prediligendo il genere boccaccesco, ma si cimentò altresì il genere epico cavalleresco e scrisse svariati sonetti.
Strinse amicizia con il coetaneo Pietro Bembo che sarebbe divenuto ottimo scrittore, poeta, teorico del volgare e con lui condivideva la passione del collezionista.
Tra goliardate e crisi depressive il giovane Valier si trasferì quindi a Roma dove presto vi ritrovò un gruppetto di amici , che considerò la sua vera famiglia:
Il già citato Bembo, Baldassar Castiglione , ambasciatore di Urbino, il concittadino Andrea Navagero ed essi si aggiunse il grande Raffaello che ritrasse gli ultimi due.
La corte pontificia di Leone X non era certo un esempio di modestia e moralità e ben presto Lutero lo avrebbe fatto concretamente notare.
Nel 1520 morì Raffaello e Castiglione dopo la successiva perdita della moglie per parto, presi i voti e fu nominato nunzio apostolico in Spagna da Clemente VII.
Giovan Francesco perse il protettore cardinal Bibbiena , da tempo ne aveva abbracciato il partito filo- francese anti-imperiale e la fedeltà a Francesco I , generosamente ricompensata, minarono i rapporti non idilliaci con la Repubblica Serenissima che al fine gli risultarono fatali.
Il Valier fu nominato con decreto papale pievano della bella chiesa di San Donato a Mestre, notizia che accolse con freddezza e mai si dedico alla cura di anime muranesi , probabilmente aveva difficoltà nel curare della propria.
Rare saranno le sue visite a Murano , preferendogli “ la città ” pur essendo l'isola, all'epoca ricca di ville sontuose e rigogliosi giardini, tra le quali quella dell'amico poeta Andrea Navagero.
Gli affari , il potere , la letteratura la politica internazionale passavano per Venezia e Giovan Francesco, uomo di mondo, dopo il periodo mantovano, quello romano e l'ultimo, quello francese non volle allontanarsi da coloro che contavano, abitò vicino alla Piazza accanto al ponte dei Grieci dove ebbe due figli non si sa da chi e manteneva una ventina di servi, famigli e preti. A Padova abitava Pietro Bembo con il quale aveva condiviso le goliardate giovanili e l'amore per la letteratura e la poesia , l'amico, entrato nell'Ordine di Malta in attesa della nomina a cardinale viveva coi i suoi tre figli e le sue collezioni i suoi libri .
Da Madrid Baldassar Castiglione aveva mandato una copia manoscritta dell'opera che, stampata dagli eredi di Aldo Manunzo, sarebbe diventato un vero best seller del secolo: “ Il Cortegiano “
al Bembo, chiedendogli di non badare troppo alla forma che sarebbe stata revisionata e corretta . La scelta del correttore cadde proprio su Giovan Francesco Valier, uno dei più erudito scrittori in lingua volgare, stimato da Bernardo Tasso e dall'Ariosto che ne tesse gli elogi nel suo “Orlando Furioso”.
Misogeno seppur attratto e dalle donne quasi sicuramente fu l'ispiratore se non lo scrittore di una commedia erotica che trattava malissimo due nobildonne di Casa Valier entrambe innamorate dello stesso uomo, il manoscritto della “ Venexiana” fu ritrovato solo nel 1928.
L'accanimento per onore delle familiari sarebbe materia per psicologi.
La commedia fu portata in scena da compagnie teatrali di soli uomini , nel periodo nel quale gli patrizi goliardi e goderecci delle Compagnie delle Calze si davano alle pazze gioie giocando a rimpiattino con i Signori di Notte ed i loro sbirri tra le calle ed i campi.
La calata dei Lanzichenecchi, l'orrore del Sacco di Roma non fecero che rafforzare l'avversione che Valier covava nei confronti l'Impero e la fiducia nutrita per la politica francese che potesse contrastarla efficacemente, d'altra parte la generosità del re di Francia Francesco I nel concedere benefici ecclesiastici era utile per puntellare uno stile di vita decisamente dispendioso.
I viaggi tran-cis-alpini pongono il maturo pievano sotto lo stretto controllo dei tre Inquisitori ai Tradimenti.
L'accusa è quella di fornire alla Francia notizie riguardanti accordi segreti tra la Serenissima ed i Turchi ; a fare il suo nome sotto tortura uno dei “congiurati “Agostino Abondio, Niccolò Cavazza è il terzo sfortunato.
La condanna a morte per impiccagione è emessa dal Consilio dei Dieci, la Repubblica di Venezia non concede sconti, non guarda in faccia nessuno, il patriziato va al patibolo il patriziato va al dogato, meno di un secolo dopo sarà eletto Bertucci Valier un doge con cognome e sangue comune.
Giova Francesco viene torturato, storpiato, ma non accusa nessuno, non si ritiene colpevole.
Dai “piombi“ detta le sue ultime, scrupolose volontà al notaio, ha più debiti che crediti vantati lascia come esecutore testamentario Ser Lunardo il marito della sorella Bianca, dispone che le sue fatiche letterarie siano distrutte.
Tutti i residui scritti, e la sua immagine furono eliminate secondo la legge della "damnatio memorie", pochissimo è rimasto.
Il patibolo fu eretto come era consuetudine tra le due colonne di Piazza S.Marco, Il giorno prima dell'esecuzione Giovan Francesco ottenne si essere ricevuto dai Dieci e si spese in una commuovente peraltro inutile difesa, dando fondo alla sua eloquenza erudita.
Alle nove di mattina di venerdì 22 settembre del 1542, il triste corteo dal portone del palazzo Ducale si avvia verso le colonne dove è stato eretto il patibolo con i tre pali di sospensione , davanti un'ottantina di confratelli della Scola di San Fantino con la torcia in mano, seguono Cavazza, Valier e Abondio , il primo, appeso, muore con difficoltà , Giovan Francesco, zoppica vistosamente, risponde alla richiesta di perdono del capo delle guardie, rinuncia ai suoi benefici ecclesiastici a favore dei figli e parla a bassa voce con il pievano di S. Samuele, forse si confessa , si aggiusta il cappio sul collo con le mani legate davanti , privilegio dei prigionieri appartenenti a nobile famiglia e dignitosamente fa un cenno al boia .
Tutti i suoi cari amici letterati erano ormai morti da anni, sotto gli occhi inorriditi dell’ambasciatore mantovano, patrizi e cittadini muore Giovan Francesco con il quale il sottoscritto ha un comune avo, Ottaviano, lontano 15 generazioni.
Chi è ... è , chi non è ... non può essere.

Sergio de Mitri Valier Immagine
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Re: "Del denaro o della gloria" di Laura Lepri

Messaggioda Franz Joseph von Trotta » giovedì 3 ottobre 2013, 11:19

Bel "ritratto di famiglia" Sergio... ben tratteggiato.
Grazie!
F.
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