Cosa dice il Massimario SMOM per la "nobiltà delle terre"?

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Moderatore: Guido5

Re: Cosa dice il Massimario SMOM per la "nobiltà delle terre

Messaggioda Nessuno » venerdì 20 novembre 2020, 21:28

RFVS ha scritto:Provo a rispondere a Morello:

Gli studi sulla nobiltà civica, nelle città e nelle terre, escludono sempre e comunque (come poi faranno in seguito i vari ordinamenti nobiliari e gli studiosi più moderni) che la nobiltà possa generarsi in luoghi infeudati, suppongo quindi che, come ben dice, si possa ragionare sull'instaurarsi della nobiltà in Ortona solo a partire dal 1765.

La risposta alla sua ultima domanda dipende da come era "classificata" Ortona. Se era una civitas allora è probabile una risposta affermativa, ma se fosse stata una terra allora credo di no.

Alla sua prima domanda vorrei provare a rispondere, ma non conosco gli ordinamenti comunali di Ortona quando divenne libera dalla feudalità.

In genere, come scrive e riscrive B. G. Zenobi (io ne abuso sempre di ciò che scrive, perchè fino ad ora non ancora trovato degli studi così ben condotti e approfonditi su questi argomenti come i suoi) le caratteristiche che una civitas o una terra doveva avere affinchè il primo ceto civico fosse definibile (da noi oggi come dagli altri nobili in passato) nobile erano sostanzialmente tre:

1) Separazione dei ceti: ovvero quando in una comunità alcuni uffici, organi o cariche dell'amministrazione comunale erano resi di fatto ereditari o comunque vitalizi tra un ristretto numero di famiglie, che potevano vantare più o meno gli stessi requisiti che successivamente saranno definiti come more nobilium: niente arti vili/meccaniche, idoneità di parentele non diseguali (fatto importantissimo, ben più che la consistenza patrimoniale), filiazioni legittime, godere fidecommessi/cappellanie/juspatronati, avere sepolcreto privato. Ovviamente non era necessario possedere all'unisono tutte queste caratteristiche.

2) Godimeno, da parte della comunità, di poteri e funzioni pubbliche nel senso di vere e proprie regalie: diritti giurisdizionali (cognizione di controversie anche solo in primo grado), potestà legislativa, notevole autonomia politica, amministrativa e finanziaria in materia di rapporti con altre comunità o di elezione delle proprie magistrature, partecipazione ai parlamenti provinciali, riscossione di dazi e appalti, esenzione da tasse, ecc. Ciò esclude di fatto tutte le località infeudate.

3) Riconoscimento della chiusura di ceto da parte degli organi centrali statali: Ciò poteva essere esplicito (mediante un socumento, un "iconoscimento", ecc) o implicito (che poi è la situazione più comune che si riscontra), nel senso che ogni qual volta i competenti organi comunali procedevano a ratificare una chiusura di ceto o a introdurre una nuova norma in merito, tutto ciò doveva non essere respinto o abrogato dagli organi statali appositi e competenti in quel territorio. In genere tale accettazione, tacita o meno, mancava difficilmente poichè già la ratificazione comunale della chiusura di ceto, con relativa regolamentazione dell'ereditarietà ecc ecc, poteva far sì che quelle ristrette famiglie venisserò già considerate nobili nei luoghi circostanti e trattate da tali.

Per FP: Ciò che, almeno in me, ha generato confusione è invece ll'ultima frase del tuo post:

Sono punti su cui è stato dibattuto a lungo, ma leggere puntualmente ciò che è scritto sugli statuti permette di fugare ogni dubbio circa i criteri da adottare per considerare una famiglia come fregiata di nobiltà generosa.

Genera confusione perchè quelli che tu avevi trascritto erano i criteri che lo SMOM riteneva necessari per riconoscere ad una famiglia la nobiltà generosa ai soli fini di essere ammessa nelle proprie categorie nobiliari, mentre tu dici, nell'ultima frase, che quelli erano i "criteri da adottare per considerare una famiglia come fregiata di nobiltà generosa", ma tali criteri non sono afatto quelli del SMOM, bensì quelli che ben conosciamo e che ho cercato di riassumere pochi messaggi fa.

Esempio stupido:
Tu conosci abbastanza bene la mia situazione. Lo SMOM, per accettarmi in una categoria nobiliare, dall'esame delle carte potrebbe riconoscermi la qualifica di "Nobile di Castelfidardo" così come quella di "Nobile" così come non riconoscermi nulla e non accettarmi. Ciò vale solo ed esclusivamente per l'ammissione nel SMOM ed è una questione a sè rispetto alla situazione dei miei avi a Castelfidardo ai quali come ben sai, sarebbe spettata la qualifica di "Nobile".
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Re: Cosa dice il Massimario SMOM per la "nobiltà delle terre

Messaggioda Nessuno » venerdì 20 novembre 2020, 21:42

RFVS ha scritto:Provo a rispondere a Morello:

Gli studi sulla nobiltà civica, nelle città e nelle terre, escludono sempre e comunque (come poi faranno in seguito i vari ordinamenti nobiliari e gli studiosi più moderni) che la nobiltà possa generarsi in luoghi infeudati, suppongo quindi che, come ben dice, si possa ragionare sull'instaurarsi della nobiltà in Ortona solo a partire dal 1765.

La risposta alla sua ultima domanda dipende da come era "classificata" Ortona. Se era una civitas allora è probabile una risposta affermativa, ma se fosse stata una terra allora credo di no.


2) Godimento, da parte della comunità, di poteri e funzioni pubbliche nel senso di vere e proprie regalie: diritti giurisdizionali (cognizione di controversie anche solo in primo grado), potestà legislativa, notevole autonomia politica, amministrativa e finanziaria in materia di rapporti con altre comunità o di elezione delle proprie magistrature, partecipazione ai parlamenti provinciali, riscossione di dazi e appalti, esenzione da tasse, ecc. Ciò esclude di fatto tutte le località infeudate.




Molto interessante.

Per quanto riguarda la Bassa Lombarda, invece, ho notato cose abbastanza diverse: anche un luogo non infeudato poteva essere chiamato terra. Inoltre, in alcuni luoghi infeudati l'istituzione comunale preesistente all'infeudazione continua come struttura parallela a quella feudale e, di fatto, seguita a mantenere le proprie magistrature. I deputati e i consoli, inoltre, non erano tassati come fuochi a differenza degli abitanti non appartenenti al ceto decurionale locale (ed è per questo che solamente pochissime famiglie sul totale coprivano le magistrature). Se è vero che il feudo, in un caso di mio studio, veniva venduto con tutti i privilegi connessi, allora dovevano essere ben pochi se non nulli, se la Giunta del censimento si sente rispondere che quella comunità risulta infeudata a Tizio e che la medesima comunità non gli corrisponde nessun emolumento. In alcuni casi il Comune stesso agisce aggressivamente contro l'istituzione feudale, confiscando terre ed esigendo le imposte sul censo (del resto, la mia zona ha sempre visto i nobili tassati esattamente come i non nobili. Addirittura, i cosiddetti nobiles et alii habentes onera ruralia vengono sempre censiti insieme e compongono un organo collegiale nei luoghi infeudati). In quelli non infeudati, invece, la situazione è sicuramente più chiara: in un comune di mio studio esistevano 24 deputati (23+console) che erano perpetui. Alla morte di uno, veniva preso un altro deputato da 24 famiglie e non da altre che avesse i requisiti di età.

Come dovrebbero essere considerati questi luoghi, tenendo conto anche del fatto che le pochissime famiglie lì immigrate dal detto Comune non infeudato con i 24 deputati perpetui e facenti parte del gruppo di famiglie che poteva accedere alle magistrature, una volta immigrate hanno coperto le magistrature anche nella terra infeudata e si sono legati matrimonialmente con i membri di più antica famiglia dei deputati del comune giacente nella terra infeudata?
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