Corona Francese o corona Asburgica ?

Per discutere sull'araldica / Discussions on heraldry

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Messaggioda CRFÓB » giovedì 3 giugno 2004, 19:53

Testardo, ottuso, pignolo... tutti appellativi che ben mi si addicono. Oggi però pare anche "lento". Perché il quinto arco (disegnato frontalmente naturalmente come linea retta) dovrebbe nascondere il globo crocifero?

Cillian Roberto Fani Ó Broin
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Messaggioda fra' Eusanio da Ocre » giovedì 3 giugno 2004, 19:57

Perché l'ignoto artefice ha "affogato" il globo crucigero al centro della corona, facendolo risultare depresso e più basso delle perle sommitali dei singoli bracci...

...quindi l'ipotetico 5° braccio, con le sue perle, l'avrebbe nascosto, o meglio avrebbe costretto l'ignoto artefice a... sollevarlo dalla sua depressione! :wink: Cosa che invece non è... :(

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Messaggioda CRFÓB » giovedì 3 giugno 2004, 20:06

Ora ho capito a cosa si riferiva! Pensavo, infatti, che Lei stesse parlando in generale e non del caso specifico!

Comunque questa corona è davvero strana! Il globo crucifero infatti è mal posizionato e anche lo stampo sembra, come dire, poco pulito. Il globo è poco "globale" (tondo) e la croce quasi a due braccia. Che l'intera corona sia una composizione di più matrici messe frettolosamente e un po' goffamente insieme? Sono solo ipotesi...

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Messaggioda fra' Eusanio da Ocre » giovedì 3 giugno 2004, 20:12

...tutte plausibili! Del resto, se l'opera è coeva o di poco posteriore al famigerato 1789, non c'è affatto da meravigliarsi se l'ignoto artefice ha combinato dei pasticci formali...

...anzi, bisogna esser contenti che a quel tempo non tutti abbiano dimenticato come si facevano le corone! :wink:

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Messaggioda Lorenzo Crivellin » giovedì 3 giugno 2004, 22:48

Buona sera a tutti.

La faccenda è complicatissima , e come in tutte le cose che hanno a che fare con Luigi

XVII , tutto è un enigma nell'enigma.

L'incisione con il ritratto del reuccio è un rifacimento , una replica,da parte della tipografia

Barbiellini di Roma preso da un ritratto già circolante " abusivamente"in Francia
subito dopo l'esecuzione di Luigi XVI nel 1793.
In poche parole i monarchici e gli emigrati riconoscevano come loro re Luigi XVII
e ne fecero quest'effige, la corona raffigurata è indubbiamente Francese.

http://jjric.free.fr/res4plein.img/4353.jpg

Il Barbiellini rifece un'incisione ispirandosi a quel ritratto.
L'incisione è su una carta pià spessa dal resto del libro e incollata su un bordino della

pagina precedente, il tutto lascia supporre che una pagina sia stata tagliata per far questo,
e lo confermano le tracce d'inchiostro che dalla pagina E sono passate direttamente alla

pagina B, molto tempo PRIMA dell'inserzione dell'incisione,senza " sporcare" la pagina

con l'incisione.

http://digilander.libero.it/antonsimon/ ... _garde.jpg
http://digilander.libero.it/antonsimon/A.jpg
http://digilander.libero.it/antonsimon/B_C.jpg
http://digilander.libero.it/antonsimon/D_E.jpg
http://digilander.libero.it/antonsimon/F.jpg


Pubblicherò subito di seguito l'articolo che aveva scritto Oscar de Incontrera
storico locale di Trieste che conosceva bene la storia degli emigrati Francesi.
Prima vorrei fare una premessa : Essendo Oscar de Incontrera un "anti-survivantiste"
cioè uno che era convinto della morte del Delfino al tempio, devo precisare che la sua
analisi non è del tutto obiettiva e profonda in quanto lui data l'edizione del libro nel

1791-1792 prima dell'esecuzione di Luigi XVI.
Invece nelle varie frasi d'esempio del manoscritto, si fanno riferimenti (messaggi?)ben

precisi alla morte di Luigi XVI , tipo:

Louis etant roi, les factieux l'ont immolé

Quamdiu regnavit ? Quinque menses .

- Ma mère priant Dieu, mon père mourut
- Ma mère priant Dieu, mourut
Etant arrivé à Rome j'ai vu le Pape

Nous avons besoin de notre Roi
Il a oublié sa naissance
Il a été volé à 2 lieues de Rome
Notre château est éloigné de la ville de 3 lieues
II a oublié sa naissance

A presto
Lorenzo Crivellin
Lorenzo Crivellin
 
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Messaggioda Lorenzo Crivellin » giovedì 3 giugno 2004, 22:50

Oscar de Incontrera

UN PREZIOSO CIMELIO DELLA NOSTRA BIBLIOTECA CIVICA :
LA GRAMMATIClA LATINA DI LUIGI XVII
(Trieste 1965-1966)



Alla nostra Biblioteca Civica esiste nella sezione Manosritti,
sub n. 1.29, un cimelio poco conosciuto e precisamente una reliquia
commovente e pieziosa del Delfino di Francia figlio di Re Luigi
XVI e della Regina Maria Antonietta.
Il Delfino, come noto, secondo gli atti di decesso, di autopsia
e di seppellimennto, morì nella prigione del TempIe, a dieci anni
e due mesi, I' 8 giugno 1795, ma storicamente non si può dimostrare
in forma inoppugnabile che il bambino deceduto in quella data
sia stato in effetti colui che l'Europa coalizzata e i realisti tutti
riconoscevano conte Luigi XVII Re di Francia. Molti storici ancora
oggi farneticano su una possibile evasione ed altri, con maggiore
fondamento, che la morte sia avvenuta in epoca anteriore e che la
Repubblica, per supremi interessi politici che qui non è il caso di
enumerare, la celò mettendo al posto del Principino morto un altro
bambino.
Il cimelio conservato alla nostra Biblioteca Civica è il trattarello
elementare manoscritto di morfologia latina, di cui si servì
Luigi XVI per apprendere al suo sventurato figliuolo i rudimenti
della lingua latina.

Sappiamo che la Famiglia Reale fu relegata nella dugentesca
dimora dei cavalieri Templari, che imponente con la sua
massa turrita si ergeva nel centro di Parigi, il 13 agosto 1792, tre
giorni dopo il secondo, vittorioso assalto alla reggia delle Tuileries.
Sappiamo ancora che il Delfino Luigi Carlo rimase con tutta la
Famiglia sino al 25 ottobre nella piccola torre e poi, solo col padre,
al secondo piano della gran torre quadrata, sino all'11 dicembre,
giorno in cui iniziò il processo che doveva portare il Re deposto
alla ghigliottina, il 21 gennaio 1793. Il 25 ottobre dunque il Principino
fu trasferito al piano superiore, dove erano rinchiuise la
Regina sua madre, la sorella nubile del Re Madama Ellsabetta e la
sua sorellina Madame Royale Maria Teresa Carlotta, quella futura
Duchessa d'Angoulème, che giace sepolta, assieme ad altri cinque
Principi della sua Casa, a Gorizia, nel santuario francescano di
Castagnavizza.
Nei primi quattro mesi della sua prigionia al Temple,
Luigi XVI impartì al suo figlioletto poco più che settenne, lezioni
di calligrafia, di grammatica francese, di aritmetica, di geografia,
di storia e le prime nozioni della lingua latina. Lo attestano i più
antichi biografi del Delfino (1) e i compiti e quaderni del bambino,
con le correzioni di pugno del padre, che si conservano al Musée
Carnavalet e agli Archives Nationales. Già alle Tuileries però
Luigi XVI aveva fatto il precettore principale di suo figlio e perciò,
subito dopo imprigionato al TempIe, chiese di poter avere i libri
di cui s' era servito finora a questo scopo. Tra questi gli fu inviata
la grammatichetta latina, che quasi di sicuro è quella stessa posseduta
dalla nostra Biblioteca Civica.
Scrive Hue (2), «officier de la chambre du Roi», nei suoi
«Souvenirs», che nella piccola torre del TempIe Luigi XVI ebbe
la ventura di trovare, rimasta al suo posto, la biblioteca del cancellierato
dell' Ordine di Malta, il quale finora aveva occupato
quegli appartamenti e che ciò fu di gran sollievo nella vita oziosa
di prigioniero che ormai doveva condurre. Si tuffò così nella lettura e
«con l'intenzione di rimpratichirsi nell'uso della lingua
latina ed impartirne, durante la cattività, le prime nozioni al
Signor Delfino, il Re si mise a tradurre le odi di Orazio e ogni qual
tanto Cicerone».
Il nostro volumetto reca il titolo: « Règles pour écrire le
Latin» ed è anonimo. E' alto 19 cm., largo 12 cm. e consta di 268
pagine numerate più 16 pagine non numerate, comprendenti gli
indici analittici. Esso è calligrafato in eleganti, grandi ed uniformi
caratteri inglesi, da un'unica mano, sempre sulla stessa carta
vergata, attraversata da vergelle distanti 25 mm. l'una dall'al.tra. Le
dimensioni del volumetto fanno sì che solo quattro vergelle attraversino
ciascun foglio e che la filigrana appaia solo qua e là del tutto
frammentaria. Mi è riuscito nondimeno ricostruire il disegno di
questa filigrana ed ho avuto la ventura di trovare questo nella mia
collezione privata di carte filigranate settecentesche.
Grazie a un tanto, posso specificare con certezza che la carta
impiegata per il trattatello in esame fu quella della fabbrica
olandese Van der Ley. Nella filigrana questo nome figura in tutte
lettere con sovrapposto un grande scudo a ricciature e volute, avente
nel campo un corno di caccia e sormontato da una corona a tre
fioroni gigliati e due perle moventi da punte. Sotto lo scudo
appare un grande numero 4, la cui asta orizzontale finisce in una
crocetta e la verticale si prolunga invece sino al nome della fabbrica
attraverso una lettera V capovolta.
La stessa marca di fabbrica ebbero due altre cartiere olandesi
della fine del '700: la C. & J. Honis e la D. & C. Blauw. i cui nomi
in filigrana hanno ì medesimi caratteri di quelli della cartiera
Van der Ley.
La carta di quest'ultima fu molto diffusa in tutta l'Europa,
sia per la stampa; di libri che per uso di corrispondenza privata e
di carteggi e. atti ufficiali. L' ho trovata spesso nelle lettere private
e negli atti dei ministeri francesi e a Trieste nelle lettere private.
Il trattatello è composto espressamente per il Delfino e cioè
è «ad usum Delphini", come si diceva allora per quei libri purgati
e commentati espressamente per l'ammaestramento dell' Erede
al trono di Francia. La prima copia veniva calligrafata a mano
ed, era riservata alla persona di «Monseigneur le Dauphin» ; Ie
allre, stampate in bella edizione e con l'indicezione sul frontespizio
«ad usum Delphini", venivano poste in commercio. Dato il
precipitare della Rivoluzione e l'ingigantirsi delle persecuzioni
d'ogni manifestazione a favore della Monarchia ormai esistente
solo di nome, è impossibile pensare ad una stampa del trattatello.
Così l'elegante manoscritto è da ritenere senz'altro un unicum,
prezioso per tante ragioni ad onta della conoscenza incerta e scarsa
del latino dimostrata dall'autore.
L'epoca di compilazione di questo volumetto è senz'altro
da porsi tra il 20 giugno 1791, data della fallita fuga di Varennes
e il primo semestre del 1792, quando Re Luigi XVI, completamente
esautorato, viveva con la Famiglia, sorvegliato e vessato, semiprigioniero
persino nell'intimità dei suoi appartamenti privati, nella
reggia delle Tuileries. Questi tre esempi sono sufficienti, reputo,
a comprovarlo:

p. 222: le pense que le Roi sera retabli sur son trône.
Cogito Regem restitutum iri super Thronum suum.

p. 252: Il n' est pensonne qui ne voye combien un Roi est necessaire.
Nemo est quin videat quanto Rex necessarius est (sic).

p. 253: La faiblesse est cause que la France gemit dans le malheur.
Debilitas est in causa cur in Gallia gemat in infelicitate (sic).

La rilegatura del volume è pregevole e bellissima; è in tutto
marocchino rosso con impressa in oro, su ambi i piatti, una fastosa
cornice di fregi e dentelli floreali racchiudente, tra svolazzi e arabeschi
culminanti in una sproporzionata, corona reale, lo scudo
di Francia leggermente ovale con i tre gigli. Il volume ha il taglio
dorato e per segnalibri un nastrino di seta, verde; una carta semplice,
a disegni verdi e rossi su fondo bianco forma la guardia del libro.

Il testo del trattatello, scritto tutto entro un riquadro a
doppia riga, è preceduto dal frontespizio. che ripete il titolo :
«Règles Pour Ecrire le Latin» ed ha sotto, diviso da una doppia
riga, il molto ciceroniao:
«Non tam praeclarum est Scire latine,quam turpe nescire. Cic.»
Più sotto ancora si legge, sempre entro
il riquadro della pagina, a grandi caratteri, vergati da differente
mano. il millesimo: «1795».( in lettere Romane ) E' l' anno della morte
ufficiale del «figlio di Capeto», del piccolo martire Luigi XVII.
Evidentemente il millesimo è stato. aggiunto, quando pervenne la
luttuosa notizia, diramata e divulgata ampliamente dal governo di Termidoro. .
Il frontespizio è preceduto dal ritratto del povero Reuccio
e da un risguardo bianco, ambedue visibilmente aggiunti e di certo
in quei tristi giorni. La carta del risguardo, sebbene abbia vergella
e filoni identici alle altre, ha per filigrana solamente uno scudo,
consimile per forma e corona a quello della casa Van der Ley, ma
che porta in campo un leone rampante. L'incisione in rame con
l'effige reale fu raccorciata nei margini per poterla inserire nel
volumelto. Entro un ovale, spicca su fondo nero in mezzobusto,
volto verso destra, l'immagine di Luigi XVII, con «jabot», manto
regale, collana dello Spirito. Santo e sui lunghi capelli ricciuti la
pesante corona di S. Luigi. Entro il doppio tratteggio che circonda
l'ovale si legge in basso a sinistra: «H. I. delint.» e a destra
«Hibbert sculpt.». Sotto vi è lo stemma reale di Francia con corona
e collana dello Spirito Santo, che divide la legenda: Louis Dix
Sept Roi de France et de Navarre né à Versailles le 27 Mars
1785. E più sotto ancora si legge in caratteri più minuscoli :
«publié et presenté à L. A. R. Mes Dames de France par Barbiellini
place de la Minerva Rome»

Si tratta dell' incisione che il libraio-editore Francesco Barbiellini
pubblicò, per distribuire a Roma, in S. Luigi dei Francesi,
il 25 agosto 1793, giorno della festa di S. Luigi IX Re di Francia,
dopo un rito funebre in suffragio di Luigi XVI, durante la solenne
cerimonia propiziatoria, celebrata per ottenere dall'«Altissimo la
pace nel regno di Francia, sotto lo scettro del figlio ed erede legittimo
del decapitato Augusto Monarca» (3). Nel coretto reale della
bella, cinquecentesca chiesa, assistevano commosse a quella «fête
du Roi», ricorrente in quell' anno in sì tragiche circostanze, le due
esuli Principesse di Francia, cui il Barbiellini aveva voluto dedicare
il ritratto del nuovo Re, del piccolo prigioniero che la Rivoluzione
continuava a tenere rinchiuso nella torre del Temple.

Il ritratto è, come ho potuto stabilire, la riproduzione, però con marcate
modifiche, dell'effigie di Luigi XVII, incisa anonima a Parigi,
all'indomani del regicidio e diffusa clandestinamente un pò ovunque
all'epoca del Terrore. Quest'effigie è rarissima, poichè la maggior
parte degli esemplari furono sequestrati e distrutti e chi la possedeva,
se scoperto, rischiava la ghigliottina, altrettanto quasi, come
se si trovava indosso a lui una delle tre simboliche tessere di
riconoscimento che aveva il partito realista. Nelle rispettive, consimili
vignette di quelle tessere -specifico per inciso -si individuavano
nei contorni bianchi d'un urna cineraria e del tronco del soprastante
salice piangente, i profli del Re, della Regina, di Madame .
Royale e infine di Luigi XVII, che stava per venir morso dal serpe
della Rivoluzione.

Le Principesse Maria Adelaide e Vittoria Luisa, cui l' editore
Barbiellini dedicò il ritratto del Reuccio prigioniero, erano, come
noto, le figlie nubili di Re Luigi XV e della regina Maria Lcscynska,
le zie di Luigi XVI, che nel 1791, «per liberamente praticare
la loro religione», avevano abbandonato la Francia «in preda ai
faziosi» e s' erano rifugiate a Roma, accolte paternamente e con
tutti gli onori da Papa Pio VI. Esse erano andate a dimorare presso
l'Ambasciatore di Francia Cardinale Duca di Bernis, al palazzo de
Carolis, oggi sede del Banco di Roma in via del Corso 307 (già
Corso Umberto I), dunque poco lungi dalla piazza della Minerva
e dalla chiesa di San Luigi dei Francesi (4).

Come e grazie a chi questo nostro trattatello sia pervenuto
nelle mani di Mesdames Tantes a Roma, non ci è dato di sapere.
Le due Principesse in ogni modo lo ritennero una preziosa reliquia
della loro Famiglia falciata dalla Rivoluzione e quando appresero
che anche il piccolo Luigi XVII era morto, avranno fatto apporre
sul frontespizio l'anno relativo e inserire nel libretto la sua immagine.

A Roma Mesdames de France rimasero sino al 1796, quando
in seguito alla minacciosa avanzata degli eserciti della Repubhlica,
dilaganti in Italia, si ritirarono nella villa di S. Leucio, posta a
loro disposizione dal Re di Napoli Ferdinando IV di Borbone. Per
le medesime ragioni dovettero fuggire due anni dopo una seconda
volta e dopo infinite disperate peregrinazioni e peripezie attraverso
il napoletano in rivolta, giunsero per mare a Trieste il 19
maggio 1799, minate nel corpo e nell'anima. Qui morirono
Vittoria Luisa il 7 giugno successivo e Maria Adelaide il 27 febbraio 1800.
Le loro salme rimasero sepolte a San Giusto sino agli
inizi della Restaurazione, quando il loro nipote Re Luigi XVIII,
il 12 novembre 1814, le fece solennemente trasportare su una fregata in Francia. Il 21 gennaio 1817
Esse furono sepolte nei sotterranei dell' Abbazia parigina di Saint-Denis, accanto a quaranta
generazioni di Re, profanate dal Terrore (5).

Il ricordo di queste due Principesse, alle quali il Goldoni
a Versailles aveva appreso la lingua italiana e il veneziano delle
sue commedie, è tuttora vivo a Trieste, grazie a un ostensorio,
capolavoro dell' oreficeria parigina, che Luigi XVIII donò a San
Giusto e a un meraviglioso vaso di Sèvres e a un ritratto di Re
Carlo X, pregevole copia ad olio del Nesse della nota tela del
Gérard, doni questi di quei due Sovrani e che oggi si conservano
al Museo Revoltella. Alla Biblioteca Civica abbiamo però il meno
appariscente, ma nello stesso tempo più commovente ricordo: le
«Régles pour écrire le latin» del Delfino.
Infatti, in calce al frontespizio della grammatichetta si legge
la seguente annotazione, stilata in bella e curata scrittura :
«Ce Livre est precieux, Monseigneur le Dauphin de France
s' en étant servi Lui même pour Son instruction, & etant un Don
que Mesdames les Princesses de France en firent à la Bibliothèque de Trieste,
lors de Leur séjour en la dite Ville l'An 1798".
La nota contiene un errore di data; Mesdames giunsero,
ripeto, a Trieste nel 1799 e non Del 1798. Reputo perciò sia stata
vergata parecchi anni dopo ricevuto in dono il libro.
Dalla calligrafia risulta che essa è di pugno di Giuseppe de Coletti, il quale
nel 1793 fondò la nostra Biblioteca, reggendone poi le sorti sino in
morte, nel 1815. Noi sappiamo che quest'arcade, toscano di
origine ma nativo di Roma, al quale tanto deve la cultura triestina,
riordinò la Biblioteca dopo passata la bufera napoleonica,nel
rinato clima di pace, quando aveva ormai 70 anni.
E durante quel lavoro, che la morte troncò a metà, egli si compiacque di fare
delle chiose in testa a qualche volume, per tramandarne la provenienza o valorizzarne il contenuto.

Il Coletti seguì con ansia e livore gli sviluppi della Rivoluzione e
prese viva parte al martirologio di Luigi XVI e della sua
Famiglia; un tanto appare dai versi che ci ha lasciato e dalle
infinite colonne del suo «Osservalore Triestino", dedicate a quei
sanguinosi avvenimenti. Nella sua biblioteca, che prima fu intitolata
in grembo all'Accademia degli Arcadi Romano-Sonziaci e poi
divenne «pubblica», egli raccolse quanto di meglio vi era della
letteratura francese, da lui prediletta ed altamente ammirata ed
accolse con premura quanti tra quel migliaio e più di emigrati
francesi, qui riparati con la Rivoluzione, desiderarono approfondirvisi
nelle letture (6). Egli prestò loro verso ricevuta anche spesso
in casa dei volumi ed aiutò quelli, come fu il caso di quella eletta
«femme savante» che fu la contessa de Pontgibaud, che si costituirono
qui a Trieste una propria biblioteca. Egli fu largo di consigli
verso questi emigrati ed anzi curò lui stesso le loro ordinazioni
librarie in Francia, dove essi figuravano ancora sulle liste di proscrizione.
Per le «gentili attenzioni» usategli da «Monsieur de
Coletti», il canonico Rousseau de Lepinoy, già confessore di Madama
Maria Adelaide, legò in morte alla nostra Biblioteca i suoi libri
e svariati oggetti d'arte (7).

La Duchessa Françoise de Narbonne-Lara nata de Chalus,
maggiordoma maggiore e dama d'onore di quella Principessa,
rimasta a Trieste poi sino al 1811 -abitava nell'attuale Villa
Necker -, fu un'assidua frequentatrice della nostra Biblioteca e
il Coletti le faceva spesso visita, venendo così a contatto con i più
cospicui emigrati di Francia, dimoranti a Trieste o qui di passaggio (8).
Questa dama, alla morte di Madama Adelaide, distribuì
vari ricordi della defunta e della premorta Madama Vittoria, a
chi della nostra città aveva addolcito lo squallore dell'esilio e circondato
di ossequiose premure le zie dei Re Martiri. Ricevettero
così dei ricordi il governatore conte Pompeo de Brigido e la sua
famiglia, il console di Spagna Don Carlos de Lellis, che aveva
ospitato Mesdames nel suo palazzo, il patrizio Leopoldo de Burlo,
che aveva accolto le due salme reali nella sua tomba in Cattedrale
e il colonnello marchese Albert.François de More conte de Pontgibaud,
divenuto a Trieste il commerciante e banchiere Giuseppe Labrosse e
la sua consorte, e qualche altro emigrato di Francia.
E i ricordi consistettero in oggetti usati dalle due Principesse, in
lavori a mano confezionati da esse, in miniature, gioielli, in lettere
scritte a Mesdames da Luigi XVI e dalla sua famiglia e in volumi
dalle sontuose rilegature stemmate, già appartenenti alla biblioteca
che Mesdames avevano posseduto neil loro castello di Bellevue
e che esse avevano portato seco nell'esilio.

E' logico ritenere che anche il devoto e servizievole bibliotecario
de Coletti sia stato compartecipe di questi donativi e chi
può escludere che il ricordo da lui ricevuto non sia stato proprio
la grammatichetta latina di cui ci occupiamo e ciò nonostante l'annotazione
attestante che il libro è un presente di Mesdames stesse?
Il trattatello era agli occhi delle due auguste esuli una reliquia
troppo sacra della loro Famiglia per rinunciarvi in vita a possederla.
Perciò mi sia lecito avanzare l'ipotesi che le «Regles pour
écrire le latin» siano state donate al buon Coletti non direttamente
dalle due zie di Luigi XVI, ma dalla Duchessa di Narbonne,
nell'anno 1800, dopo la morte di Maria Adelaide di Francia. Il dono,
in tale evenienza, non perde punto del suo valore ideale; esso
costituisce sempre un pegno di gratitudine verso Trieste, per l'ospitalità
generosa elargita in vita e in morte alle due profughe regali
e in pari tempo dimostra inalterata la fiducia riposta nella nostra
Biblioteca, affìdando alla sua custodia un libro manoscritto che
unisce Della memoria Luigi XVI e il suo infelice figliuolo.

Propendiamo per questa tesi, pensando che la Duchessa di
Narbonne si sarà resa conto della difficoltà estrema di farlo pervenire
sino in Curlandia, a Mitau, dove conducevano una vita oscura
e di stenti il fratello del Sovrano ghigliottinato, quel conte di
Provenza, che in morte del Delfino s'era proclamato Re col nome
di Luigi XVIII e Madame Royale, liberata dalla prigione del TempIe e
andata sposa al cugino Duca d'Angouleme. La restaurazione
sembrava ormai ben remota, anzi irrealizzabile. La Vandea era
completamente vinta; l'armata del Principe di Condé stava per
venir sciolta e in Francia il Bonaparte Primo Console, vittorioso
in cento battaglie, governava con pugno di ferro, schiacciando e
realisti e giacobini.

Il visitatore della nostra Biblioleca Civica, dopo aver ammirato
le preziose raccolte della Petrarchesca e della Piccolominea,
di cui esse va giustamente orgogliosa, merita esamini anche le
«Règles pour écrire le latin ». Il manoscritto s'impone all'attenzione di
quanti s'appassionano a quell' epopea intrisa di sangue e circonfusa
di gloria, che s'inizia con l'assalto alla Basliglia e si chiude nella
piana di Waterloo. Per le anime sensibili esso rievoca alla mente,
a si grande distanza dalla scena parigina in cui si svolse, la tragedia
del Tempie e la piccola figura della più innocente e più compassionevole
vittima della Rivoluzione Francese.

Questa grammatichetta facilmente è legata ad alcuni episodi
tramandatici dagli storici e memorialisti. .
Il de Beauchesne (9), dopo aver parlalo dei commissari municipali
che a turno di sei esercitavano al Temple la sorveglianza
su tulti i dettagli del servizio, specifica che questa si esercrcitava
persino ai principi di educazione da dare all'ex Delfino, in modo
che il Re deposto si vedeva colpito anche nelle sue prerogative
di padre, E a comprova riporta vari esempi, tra cui due riguardano
in participare le lezioni di latino.

Un giorno Luigi XVI, con la grammatica latica latina tra le mani,
poneva dei quesiti al figlio e questi nella risposta pronunciò male
un vocabolo piuttosto difficile, senza ch'egli lo correggesse, «Allora
uno dei commissari presenti scattò su brusco con queste parole:
«Voi dovreste ben insegnare a questo bambino una migliore pronuncia,
giacchè coi tempi che corrono egli avrà farse più d'una
volta l'occasione di dover parlare in pubblico.»
Il Re rispose condolcezza:
«Avete ragione, signore, la vostra osservazione è
giustissima, ma mio figlio è ancora troppo piccolo e credo che bisogna
aspettare che il tempo e l'abitudine gli sciolgano la lingua»,
Un altro giorno il municipale Leclerc interruppe la lezione,
trovando «eccessivamente impertinenti» certi esempi che seguivano
alcune regole grammaticali e si mise a dissertare sull'«educazione
repubblicana» che dovrebbe invece venir inculcata al ragazzo.

«Bisogna che quello lì viva della vita del suo tempo -disse -e
non di quella dei tempi passati» e perciò, secondo lui, era nocivo
che il padre gli facesse tradurre dei brani persino dall' «Esprit des
lois» del Montesquieu.

E il Lenotre (10) scrive: «L'11 dicembre 1792, mentre
Luigi XVI dava a suo figlio una lezione di lettura latina, due munì.
cipali si presentarono annunciando che venivano a cercare il piccolo
Luigi per condurlo da sua madre. Il Re abbracciò a lungo il
bambino, ch'egli non doveva più rivedere prima dello straziante
colloquio con la Famiglia, c'ebbe luogo il 20 gennaio 1793, alla
vigilia del suo supplizio».

Poco dopo la Regina vedova Maria Antonietta decise che le
lezioni di calligrafia, geografia e storia fossero riprese e se ne incaricarono
lei stessa, la cognata Madama Elisabetta e Madame
Royale, la quindicenne sorella del Delfino (11). Per quanto riguarda
il latino, la Regina ne considerò indispensabile l'insegnamento
«per sviluppare lo spirito del figlio» e poichè, come tutte le altre
Arciduchesse anche lei aveva ricevuto alla Corte di Vienna
«un'educazione basata sulla lingua dei Cesari», riprese con
facilità ad insegnargli i rudimenti. E' ancora il de Beauchesne a raccontarcelo.
Non credo però che le «Règles pour écrire le latin»
servirono più all' uopo; già Luigi XVI, dopo tre mesi di detenzione,
aveva chiesto al consiglio generale della Commune 33 opere «pour
son usage et pour son fils», tra cui figuravano vari classici latini e
il divulgaltissimo e celebre testo di Charles-François Lhomond,
intitolato: «Elements de la grammaire latine à l'usage des
collèges» (12).
La domanda egli l' aveva depositata al consiglio del
Temple il 21 novembre 1792 e i libri, acquistati espressamente a
spese della Commune, gli furono consegnati il giorno 25, quando
mancavano appena due settimane dal giorno in cui egli doveva
venire definitivamente separato dal suo bambino.
Suppongo perciò che il trattatello della nostra Biblioteca
Civica sarà terminato nelle soffitte della gran torre, in cui furono
portati gli oggetti già apparlenenti a «Luigi Capeto» e che da lì,
come tanti altri di questi oggetti, esso sarà stato sottratto da qualche
comissario o inserviente a scopo di lucro. Sappiamo che allora
a Parigi si pagava a peso d'oro qualunque reliquia del Re
decapitato.

Il trattatello finora aveva attirato solo la fuggevole attenzione
di qualche sturdioso (13). L'unico che vi aveva dedicato un articolo
specifico era stato il colonnello Francesco Vairo nel «Piccolo della Sera»
del 9 aprile 1926 (14); articolo poi ripubblicato rimaneggiato,
nel medesimo giornale, il 18 febbraio 1939 (15).
Il Vairo però, riscontrato l'errato anno di arrivo fra noi di
Mesdames e la strana presenza nel volume del profilo del Delfino
con la corona di Re sul capo. aveva posto in forse l'autenticità del
cimelio e concluso con queste parole: « Mi sarebbe gradito se altri
ritornasse sulla fatica compiuta per diradare i miei dubbi......
Queslo piccolo problema di ricerche attende ancora una soluzione »(16)
lo ho cercato ora di giungere a questa soluzione e sono fiducioso
di esservi riuscito e in forma positiva e convincente.


NOTA -La menzionata immagine di Luigi XVII incoronato, diffusa a
Parigi alI' indomani del regicidio, era, esaminando accuratamente l'iconografia
del Principino, la riproduzione nei paludamenti regali, del ritratto del Delfino
a 5 anni (1790), dipinto dal Micry e inciso da A. Gabrieli e che a Coblenza
allora fu, da un intraprendente anonimo stampatore, venduta con sotto una
didascalia tedesca tra i combattenti delle armate realiste e fra gli emigrati
stabilitisi lungo le rive del Reno. Per i tratti somatici più maturi del viso,
l'effigie contenuta nel nostro trattatello s'ispira piuttosto al rame di N. Heideloff.
pubblicato a Londra nel 1793, che riproduce il Reuccio in piena figura e sempre
nei paludamenti regali e la cui fisionomia sembra copiata da un'incisione che
si vendeva a Parigi. dopo la deposizione dì Luigi XVI (ultimi mesi del 1792).
del «fils du dernier roi des Français», ritratto in abiti civili, «à l'age de sept ans».

NOTE

(1)
A. DE BEAUCHESNE «Louis XVII: Sa vie, son agonie, sa mort»
Paris, Plon, 1861 vol. I, pp.233-237e 243-216

R. Chantelauze :«Louis XVII:Son enfance, sa prison et sa mort au Temple.»
Paris Firmin-Didot 1895, p 77

F.ckardt: «Mémoires sur Louis XVII»
Paris Albin Michel c.1905, pp 43-44

Clery: «Journal de ce que c'est passé à la Tour du Temple pendant la captivité de Louis XVI
Roi de France»
Paris 1825, p 32
---------------------------------------
(2)
Baron de Hüe: «Souvenirs» Paris, Calmann Lévy 1903. pp 89-90
------------------------------------------
(3)
E. de Barthélemy: «Mesdames de France filles de Louis XV»
Paris Didier e cic 1870, p 431

Diego Angeli : «Storia Romana di trenta anni (1700-1800)-Milano, Treves 1931. p 216
----------------------------------------------------
(4)
Alessandro Bocca:«Il palazzo del banco di Roma: Storia-cronache-aneddoti»
Roma, Staderini 1950, pp 133-143
--------------------------------------------
(5)
Oscar de Incontrera:
«La Basilica di San Giusto: Cenni storici e note note descrittive»
nel settimanale «Vita nuova», puntate 69-79 (5/4-216/1925
;
«Guida storico-artistica della Basilica di san Giusto»-Trieste Trani 1928, pp 62-63 e 123-129
;
«Le origini del consolato di Spagna e la caratteristica figura del Console de Lellis»
in «Porta Orientale» n.ri. 3-4 e 5/1936
;
«Chateaubriand a Trieste» in «Archeografo Triestino» vol. XLV-XLVI,1949-1950
;
«Giuseppe Labrosse e gli emigrati francesi a Trieste»
Puntate II e VII in :«Archeografo Triestino» vol. I.XVII - IXVIII, 1953-1954,risp. LXXIII/1962
--------------------------
(6)
Oscar de Incontrera:
«Giuseppe Labrosse etc....»
«Vita triestina nel Settecento nelle cronache dell'Osservatore Triestino»
in : «Porto Orientale» anni 1953 fino al 1963
-------------------
(7)
Camillo de Franceschi:
«L'Arcadia Romana-Sonziaca e la Biblioteca Civica di Trieste» in : « Archeografo Triestino»
vol. XLIII / 1929-1930 pp.199-200
-------------------------------
(8)
Oscar de Incontrera:
«Giuseppe Labrosse etc....»
-----------------------------------
(9)
A. de Beauchesne. op.cit. vol. I pp. 243-244
---------------------------------------------------
(10)
G. Lenotre ; «Le Roi Louis XVII et l'enigme du Temple»
Paris Perrin 1921, pp.88-89
---------------------------------
(11)
A. de Beauchesne. op.cit. vol. II p. 17
-------------------------------------------------
(12)
Idem vol. I, pp. 517-519
---------------------------------------
(13)
Il de Franceschi ed io l'avevamo menzionato nelle citate opere;
inoltre René Dollot in « Le dernier voyage et la mort de Mesdames Adélaide et
Victorie » («Le Correspondant»- Paris mars 1931) et
Jean Duhamel in « A Trieste sur le pas des français»-Trieste 1958
------------------
(14)
«Una grammatica di Luigi XVII alla Biblioteca civica?»
------------------
(15)
«Un prezioso cimelio alla Biblioteca civica: Un libro del delfino di Francia»
---------------------------
(16)
Francesco vario morì a Trieste il 18 settembre 1953
Lorenzo Crivellin
 
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Messaggioda Lorenzo Crivellin » venerdì 4 giugno 2004, 0:15

CRFÓB ha scritto:Ora ho capito a cosa si riferiva! Pensavo, infatti, che Lei stesse parlando in generale e non del caso specifico!

Comunque questa corona è davvero strana! Il globo crucifero infatti è mal posizionato e anche lo stampo sembra, come dire, poco pulito. Il globo è poco "globale" (tondo) e la croce quasi a due braccia. Che l'intera corona sia una composizione di più matrici messe frettolosamente e un po' goffamente insieme? Sono solo ipotesi...

Cillian Roberto Fani Ó Broin


Buona sera
Potrebbe darsi che la Croce alla sommità della corana sia invece un fiore di giglio (vagamente somigliante alla Croce) come nelle corone Francesi?
Grazie
Lorenzo Crivellin
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Messaggioda CRFÓB » venerdì 4 giugno 2004, 7:45

In tal caso, Signor Crivellin, questa corona risulta veramente un gran pasticcio! Il cerchio, infatti, è visibilmente bordato da fioroni e non gigli. Tuttavia lo escludo e penso si possa pacificamente concludere che la corona è sormontata da globo crucifero.

A mio avviso è curioso e vale la pena tentare di indagare sull'elemento colto da fra' Eusanio (solo quattro archi) nonché sull'ulteriore elemento del fiorone centrale posto più basso dei restanti quattro visibili...

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Messaggioda T.G.Cravarezza » venerdì 4 giugno 2004, 9:14

Gentili Signori,
ho spostato la discussione nella sezione "Araldica" del forum in quanto concerne maggiormente l'ambito araldico e sarà quindi più visibile agli interessati alla materia.
Cordialmente
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Messaggioda CRFÓB » venerdì 4 giugno 2004, 11:50

Una piccola nota di aggiunta all'interessantissima post contenente l'articolo di Oscar de Incontrera:
la conferma araldica del nesso olandese per la carta impiegata si può trovare sia nel corno da caccia che nel leone rampante, chiari riferimenti alla Casa Orange-Nassau.
(es. http://www.koninklijkhuis.nl/UK/monarch ... wapen.html e http://www.ngw.nl/ryks-en.htm )

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Messaggioda CRFÓB » venerdì 4 giugno 2004, 17:28

Ripensando alla storia dei reali francesi e della rivoluzione mi è tornata in mente una stampa che ho in casa ma che avevo messo da parte visto il tema non proprio allegro. Ho pensato potesse interessare visto che viene raffigurato anche Luigi XVII ed allora ho scattato una foto e chiesto al Signor Cravarezza il cortese inserimento della stessa nella discussione.

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Messaggioda T.G.Cravarezza » venerdì 4 giugno 2004, 19:10

Gentili Signori,
ecco l'immagine inviatami dal signor Cillian:
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Messaggioda Lorenzo Crivellin » sabato 5 giugno 2004, 22:19

Buona sera, ringrazio tutti per l'interessamento.

Vorrei chiedere ancora una cosa:
Il numero di archi ( o bracci) che partono dalle corone in generale, e vanno al centro, quale significato hanno?

La loro quantità è strettamente legata alla casa Reale o è solo un
discorso di "design"?

Grazie
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Messaggioda fra' Eusanio da Ocre » lunedì 7 giugno 2004, 15:46

É "...solo un discorso di 'design'", per usare la sua efficace frase, caro amico.

Bene :D vale
"Quando il mediocre plagia il maestro, ne copia anche gli errori"
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Detestabile è la falsa umiltà
Chiedete a Icaro se con i copiaincolla Immagine si arriva in cielo
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Messaggioda CRFÓB » lunedì 7 giugno 2004, 16:57

È un discorso di design ma l’esclusività di un certo design designava una casa certa. Tuttavia, la corona a quattro archi non mi risulta essere esclusiva di alcuna casa. D’altra parte, più indietro andiamo nel tempo (anche se in questo caso non viaggiamo tantissimo) e meno regole c’erano; le regole, inoltre, variavano ieri, come oggi, da paese a paese. Da tenere a mente, infine, che si possono vedere tante varianti (a volte poco ortodosse) di corone con lo stesso significato, specie se di stampo barocco o rococò.

Personalmente propendo per l'errore/una "fantasia" della bottega.

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